Ho visto le mie pantofole galleggiare nell'acqua e le vedo ancora...

- La Botte di Diogene di Anteo Di Napoli

Il nostro Direttore è solito rimproverarmi per due motivi: la scarsa frequenza con la quale scrivo per Il Vaglio e la mia visione del mondo che riassume nell’immagine del “bicchiere vuoto al 90%”, come ha fatto anche di recente in un messaggio whatsapp… Il suo messaggio ha innescato una cascata di pensieri che sono scivolati dentro questo articolo, attingendo a un cassetto di ricordi aperto da studente e che credevo ormai chiuso per sempre.

All’inizio della collaborazione giornalistica con Carlo una dozzina di anni fa (dirigeva un altro giornale da lui fondato), successiva a un’amicizia nata ben prima che nascessimo (ereditata per via matrilineare), quando ancora mi firmavo con lo pseudonimo “brancaleonico” di Groppone da Figulle, scrissi una serie di articoli dedicati alle vicende tragicomiche del palazzo nel quale vivevo a Roma da studente.

Protagonista assoluto era il “molieriano” padrone di casa, proprietario dell’intero palazzo, i cui appartamenti erano tutti affittati a studenti che controllava risiedendo lui stesso al pian terreno. La posizione era tanto più strategica in quanto lo stabile, interamente circondato da filo spinato sul muro di cinta, non era praticamente accessibile dall’esterno, poiché il citofono era collocato sul portone interno e non sul cancello! All’epoca (si era negli anni ’80) non esistevano telefoni cellulari e quindi a un eventuale visitatore non restavano che due possibilità: prendere un appuntamento o collocarsi sotto il palazzo sperando che prima o poi qualcuno entrasse o uscisse.

Ma soprattutto il proprietario aveva predisposto un regolamento di circa cinquanta pagine, risultato della progressiva aggiunta di “emendamenti” al testo iniziale, come per la Costituzione degli Stati Uniti d’America. Non vi era aspetto della vita nell’appartamento che non fosse rigorosamente normato: dalla marca dei prodotti da utilizzare per la cucina e il bagno (specificando anche i mesi), ai divieti relativi al materiale da gettare nel water. Particolare attenzione era riservata a “oggetti di plastica gommati”, perché avrebbero potuto determinare l’occlusione del tubo di scarico (“nelle curve di sezione minima”, si faceva notare), con conseguenze descritte in modo da suggerire al lettore immediati riferimenti al Libro della Genesi. Il parallelo con Noè è particolarmente calzante, in quanto il divieto di gettare i profilattici nel water, oltre a prevenire l’apocalisse idraulica, avrebbe avuto anche un ruolo salvifico per lo studente che con quel gesto di occultamento pensava di aggirare l’articolo 11 del regolamento - “moralità” - che così recitava: “l’appartamento è adibito a scopo di morale e civile abitazione, non per altri usi anche saltuari”!

Non sarebbe bastato gettare l’oggetto di plastica gommato nel cestino dei rifiuti, si chiederà il lettore, tanto più che all’epoca non esisteva la raccolta differenziata (neppure adesso a Roma, per la verità, ma sorvoliamo per non passare da “nemici del popolo”…). Poteva non bastare, in quanto il “locatore” si riservava ispezioni a sorpresa nell’appartamento del “conduttore”, legittimate dal fatto che la norma era presente nel contratto. Del resto se non si ha nulla da nascondere perché dolersene, potrebbero “giacobinamente” argomentare estensori di contratto dei nostri giorni…

Per fortuna, a differenza dell’attualità tragicomica, in quel palazzo le vicende erano solo comiche. Approfittando di un’assenza prolungata del padrone di casa, alcuni studenti si calarono nel giardino spogliando di frutti l’albero di nespole. L’ispezione dei cestini di tutti gli appartamenti si rivelò infruttuosa… e i saccheggiatori la fecero franca. Analoga impunità toccò ai protagonisti di un episodio che ai nostri giorni sarebbe forse etichettato come sessista. Una studentessa, per prevenire i consueti schiamazzi pomeridiani, pensò bene di affiggere sulla porta un biglietto con la scritta “dormo”, alla quale un collega aggiunse “e non pigli pesci”, temo con riferimento al fatto che la ragazza non sembrava aver avuto i natali nella spuma del mare di Paphos… La perizia calligrafica che ne seguì (fummo tutti obbligati a riscrivere la frase) non sortì effetti sull’indagine che fu pertanto archiviata.

Ma torniamo all’incipit e ai “rimproveri direttoriali”. In quel palazzo ho vissuto sette anni, più di qualsiasi altro prima di me, acquisendo una certa familiarità col padrone di casa. Credo che per questo chiudeva un occhio (soprattutto le orecchie) su numerose “violazioni acustiche” del contratto, a opera mia e dei miei amici napoletani (ho abitato lì dal 1985 al 1991 e ho detto tutto…). L’acquisita familiarità mi indusse a osare e una sera arrivai a criticare il contratto, per la pletora di prescrizioni e divieti che conteneva. “Sa - mi rispose - ogni norma è frutto di amarissime esperienze. Una notte mi sono svegliato e ho visto le mie pantofole che galleggiavano”. Ma questa frase è anche la risposta che mi sento di dare al Direttore (e a tanti altri) che sovente mi rimproverano una visione non troppo ottimistica del futuro: troppe amare esperienze hanno svuotato bicchieri che mi apparivano pieni.

La voce di mia moglie (si accinge a una prolungata assenza per motivi di lavoro) mi ha scosso dallo stato di ovattato illanguidimento in cui ero scivolato: “Dove ti ho lasciato ti ritrovo. Che disordine. Ma come potrò lasciarti da solo per un mese? Quando tornerò troverò le mie pantofole che galleggiano!” Dove eravamo rimasti?