L’amaro dopo-Verona: Vigorito intervenga e con chiarezza sul suo Benevento in crisi

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Oreste Vigorito
Oreste Vigorito

La piazza non assume alcuna decisione operativa, non le si può attribuire autotevolezza in tal senso, né può essere presa a motivo per invertire i termini della responsabilità, come talora accade. La piazza, però, è nel giusto quando si esprime secondo le modalità che è corretto riconoscerle: la delusione, il disappunto, la disapprovazione, le mesta rassegnazione. Le parole forti, gli slogan urlati. Gli improperi. I fischi. Come quelli, meritati, che hanno accompagnato l’uscita dal terreno di gioco del Benevento appena sconfitto dal (non irresistibile) Verona.

L’energia e la testardaggine che hanno permesso di superare il Perugia e quei bagliori di ripresa intravisti a Palermo, in parte già ridimensionati dalla prova di Tim Cup col Cittadella, nonostante il successo, si sono rivelati contro la squadra di mister Grosso fuochi fatui inseguiti dalla squadra di mister Bucchi fino al compimento di un amaro destino di sconfitta.

Reso ancor più amaro dalla diffusa assenza di personalità; dalla vana ricerca del gioco-che-non-c’è a cura degli inguaribili Peter Pan degli spalti (molte migliaia); dalla monotonia di un possesso palla, non solo inutile perché fine a se stesso, ma pure preoccupato, teso solo a non sbagliare, passando la palla al compagno più vicino; dall’assenza di una preordinata manovra in grado di costruire ccasioni per finalizzare; dagli strafalcioni individuali che denotano supponenza o scarsa concentrazione. Un mix micidiale che ha permesso ai modesti scaligeri reduci da delusioni forti come quelle patite dal Benevento (o addirittura maggiori) di esportare in Santa Colomba un modello di squadra addirittura propositivo, rispetto all’attendismo e al girare in tondo cui si è impiccato il nightmare-team di casa Vigorito (insomma, un bel viatico anche in vista della Coppa Italia a Milano contro l'Inter, il 13 gennaio).

Dalle cronache del giorno dopo emerge, inoltre, la sottrazione dei protagonisti al consueto rapporto mediatico, fatta salva la presenza del portiere, il migliore in campo. Soluzione semplice, indolore, poco rispettosa a 360 gradi: nell’imporre silenzi, nel non porre problemi di responsabilità, individuali e di gruppo. Ma siamo nel campo delle decisioni di cui si diceva in avvio: spettano solo alla società, che è pertanto chiamata a sostenere con chiarezza la credibilità o meno delle sue scelte.