Il rapporto tra cronisti e comunicazione istituzionale a proposito della ragazza di S. Agata ferita a Capodanno

- Cronaca di Giovanni Festa

Un recente fatto di cronaca nera dall'ampio risalto sugli organi di stampa extraprovinciali (i botti di Capodanno e il conseguente grave danno fisico riportato da una 36enne di Sant'Agata dei Goti), diviene - come altri in passato - paradigmatico delle modalità della gestione delle informazioni destinate all'opinione pubblica e del rapporto con i 'media' tenuto dalle istituzioni, in questo caso rappresentate da chi investiga.

Sono in relazione, nella circostanza, quanto comparso – ad esempio – senza infingimenti sul sito di Sky TG 24 e il commento di Ottopagine, in un articolo a firma di Enzo Spiezia: il primo ha riferito di un “carabiniere di 46 anni (originario di Sant'Agata dei Goti ma in servizio fuori regione) iscritto nel registro degli indagati per il ferimento” di cui si discute;
il secondo, in sostanza, ha scritto dell'omissione “di comunicazioni, con il crisma dell'ufficialità, destinate all'opinione pubblica”, ovviamente da parte di chi – come il giornalista locale -, evidentemente pur sapendo (“...avremmo correttamente anteposto il nome al cognome della persona finita nel mirino degli inquirenti ed avremmo scritto A.I. e non I.A. Indicando, dunque, solo le iniziali dell'interessato, come facciamo sempre per una denuncia, anche per ipotesi decisamente meno consistenti di quelle prospettate nell'occasione”), ha deciso di optare per “la scelta di una pausa, dettata dalla convinzione legata all'inevitabile arrivo, vista l'eco suscitata dalla vicenda, di una comunicazione ufficiale, contenuta in una di quelle veline che quotidianamente affollano gli indirizzi di posta elettronica degli organi di informazione”.

Dal che discende una doppia valutazione:
il rapporto di confidenza fra investigatori e cronisti depotenzia il valore e l'impatto di un episodio e di una notizia a esso correlata, se concepito nella modalità del reciproco favore nella gestione di una 'primizia' o scoop che dir si voglia;

agli organi istituzionali (Procura, Carabinieri – in questo caso) non è concesso di 'selezionare' il grado di fastidio che può arrecare una notizia alla loro attività, in particolare quando coinvolge elementi 'contigui' per appartenenza di corpo.

Si ragiona, insomma, in entrambi i casi per opportuni e opportunistici silenzi. Da un lato paga pegno l'attività del cronista, la cui 'prudenza' per una volta è sorpassata... dall'informazione pura offerta dal rilievo nazionale, generando un picco di risentimento mediatico; dall'altro, invece, sconta un difetto di credibilità l'intero apparato istituzionale che soprintende all'attività investigativa, nella fallace considerazione che il silenzio, contrapposto a una attività costante di informazione su eventi di 'altra' paternità, possa servire a occultare il faticoso processo verso la verità, per quanto essa sia poco gradita.