Presentato “Nel chiaro mondo”, il secondo libro di poesie di Nicola Sguera con i nuovi aspetti della sua irrequietezza

- Cultura Spettacolo di Alessio Zarro Ievolella

E’ stato presentato ieri, a Benevento, il nuovo libro di Nicola Sguera, “Nel chiaro mondo”, edito da Delta 3, con prefazione di Marco Guzzi e nota introduttiva di Luca Rando. Una seconda raccolta di poesie, a 5 anni dalla precedente “Per aspera”, che descrive la “metamorfosi” sopraggiunta recentemente nella vita dell’autore, tramite nuove esperienze e accadimenti (come l’impegno politico diretto), oltre che come conseguenza del tempo che passa: “Si affaccia una maggiore serenità nel lasciare che le cose siano, in vece di un’ansia che insegue se stessa”. Il titolo della raccolta proviene dagli ultimi versi del canto XXXIV dell’Inferno dantesco. “Il chiaro mondo è quello in cui Dante, alla fine del suo percorso negli Inferi, rivede la luce del sole; io ne parlo in senso antifrastico - ha detto Sguera -. Il mondo è tutt’altro che chiaro e la vita tutt’altro che un’esperienza facile. Nel canto compaiono anche le stelle, che nella mia prima raccolta di poesie non si davano”.
Ma se le stelle, questa volta, appaiono nel cielo dell’autore, non lo fanno come simbolo del desiderio adempiuto, quanto piuttosto come “benevoli cenni al domandare” di un “percorso spirituale sempre irrequieto”, proteso tra “arco e lira”, tra luoghi, dolori e affetti, investiti sempre ancora di senso. Così, sotto le luci soffuse del Mulino Pacifico, “uno spazio dove la parola poetica può accadere”, Sguera ha guidato i presenti nei meandri di tale irrequietezza, ripercorrendo i luoghi tematici dei suoi componimenti, svelandone i riferimenti, le citazioni, gli episodi reali che li hanno originati.

La famiglia, innanzitutto: dal difficile rapporto con la moglie, verso cui tenta “una poesia onesta, che non nasconda le asperità di una vita lunghissima passata insieme”, a quello con la figlia, al cui giudizio si rimette, nonché il ricordo vivido della madre, scomparsa molti anni fa. Poi la terra, la natura, i luoghi della giovinezza: su tutti la casa nell’agro di San Cumano coi suoi “numi tutelari”, cui è dedicato il libro. E ancora il conflitto, il misticismo, il confronto con la morte. Parole sempre schiette, da cui traspaiono una pienezza di vita che trae linfa dalla ciclicità e un continuo richiamo a ciò che è fecondo, il cui bagliore si fa strada tra aridità e macerie.
Il libro si articola in 5 sezioni e un congedo. “Per me è importante raccontare come l’apparente casualità strutturi una storia” - ha detto Sguera. “La prima sezione, Pro nobis, raccoglie testi di preghiera che testimoniano lo stato attuale della mia fede, che è soprattutto speranza retta dalla benedizione, dal ringraziare per quanto abbiamo avuto in dono, il che non esclude, al contrario, la sofferenza. In Officium tenebrarum sono presenti tre poesie dedicate a persone scomparse prematuramente. Filiae matrique contiene versi per mia figlia e mia madre, per me due figure assolutamente intrecciate. Locus animae è la sezione maggiormente ispirata alla casa di San Cumano, luogo dell’anima, dimora di trapassati. Historia experimentalis suggerisce un’idea di vita, un esperimento, che costruisce giorno dopo giorno una storia, senza uno scopo precostituito”.

Sguera ha altresì dimostrato di possedere una lucidissima percezione della propria collocazione poetica ed esistenziale: “Io credo di essere un piccolo poeta di provincia, in linea col mio essere uomo di provincia e l’essere stato un politico di provincia. Lo dico senza falsa modestia. Per me abitare la provincia significa conoscere le persone a cui in questo momento sto parlando. Le stesse persone in carne e ossa a cui penso quando scrivo, portatori ad esempio di visioni altre del mondo. Perciò ambivo a questo bellissimo raccoglimento”. Il provincialismo, che potrebbe essere recepito come una diminutio, qui non vuol dire, come nell’accezione dispregiativa, soccombere al pallido riflesso di una vita altrove, più vasta. Significa investire la propria realtà, la propria quotidianità di un senso progettuale, affinché l’esistenza sia fulgida non a prescindere da ogni dove, ma proprio lì dov’è situata. Come in Descendens de monte: “Non fuggo. Abito l’attimo, la sua compiutezza”. In questo senso, il ‘ci’ dell’esserci heideggeriano trova in Nicola Sguera un devotissimo interprete, non tanto o non solo per tale situatività, quanto perché, a partire da essa, egli non si sottrae alle sfide che il mondo pone (“Quanto il mondo richiede, sia il mio lavoro quotidiano. Senza mai cedere”, da Ora), né dimentica di appartenere, comunque, a un ordine superiore: “Siamo parte di un logos, di una parola infuocata, che talvolta parla attraverso di noi, se sappiamo renderci docili fibre dell’universo”.
La foto è di Antonio Furno.
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Nicola Sguera è docente di Storia e Filosofia presso il Liceo Classico Pietro Giannone di Benevento. Nel 1992 costituisce a Benevento l’associazione “La rosa necessaria”, poi divenuta anche rivista “di cultura e di arti”. Nel 2010 ha curato la prima edizione della rassegna “Poesia in forma di rosa”, dedicato alla poesia contemporanea. La sua ricerca, che intreccia una spiritualità post-religiosa, un pensiero post-filosofico, la poesia come luogo privilegiato della verità e l’impegno civile con una forte connotazione ecologica, è confluita nella raccolta di saggi “In quieta ricerca” (Percorsi editore, 2012). Ha pubblicato una raccolta di versi: “Per aspera” (Delta 3 Edizioni, 2013). Alcune sue poesie sono state pubblicate sul n.1 di “Poesia e conoscenza”.