Renica al 119º minuto: dalla magica realtà d'un tempo al sogno riuscito d'oggi

- La Botte di Diogene di Anteo Di Napoli

Verso il mio amico Gerardo Cervone, Presidentissimo Eterno (non a caso lo chiamo Kim-Gerry-Jumm…) del gruppo Facebook “Il Sannio che tifa Napoli”, sono debitore di molti “sogni riusciti”, per parafrasare Francesco De Gregori (da “Cercando un altro Egitto”). Il nostro “mondo parallelo” è a Dimaro, località della Val di Sole che ospita il ritiro precampionato del Napoli, dove dismettiamo l’abito da adulti (mia moglie si paragonò infatti a una mamma che accompagna il figlio a Disneyland). Gerardo è un’istituzione, tanto che noti giornalisti in diretta televisiva si interrompono per salutare l’ingresso nel teatro di Dimaro di “Gerardo e dei suoi amici sanniti”!

Due anni fa mi lanciò immediatamente nell’agone per fare una domanda a Maurizio Sarri. Si stava pianificando la “presa del Palazzo”, repressa da cosacchi armati di fischietto in un week-end di fine aprile, dopo che la settimana precedente Koulibaly, ariete azzurro, ne aveva sfondato i cancelli. Poi il “fu Comandante” ha rinunciato all’assalto al Palazzo per la “City londinese”, dove presto lo raggiungerà un centravanti riuscito nell’impresa di passare, in un paio d’anni, dallo status di “re della città” a quello di “re dei falliti”.

Sempre grazie a Gerardo ho potuto assistere a bordo campo a numerosi allenamenti del Napoli, collezionando foto ricordo con calciatori (quest’estate anche con Ancelotti), a partire da quella con Marek Hamsik, ben nota ai miei amici in quanto mio profilo “social”. Non mi vergogno di dire che al momento dello scatto col Capitano provai un’emozione fortissima (Gerardo ha affermato di aver temuto un mancamento), causata evidentemente dalla stima e dall’affetto per un calciatore e soprattutto per un uomo che ha fatto scelte di vita e di carriera ben diverse da quelle ricordate.

Quest’anno c’è stato un simpatico il siparietto col presidente Aurelio De Laurentiis, dal quale ho ricevuto una “lavata di testa” per il mio abbigliamento“Eccoli qua questi tifosi, mi dicono vogliamo Cavani e poi si presentano con la maglietta pezzottata”. Ho replicato che aveva sbagliato bersaglio, essendo il sottoscritto “griffato SSC Napoli” dagli occhiali da sole allo spazzolino da denti, e perché indossavo non un falso ma la maglia ufficiale del “Sannio che tifa Napoli”.

Nonostante la lunga “collana di sogni”, qualche sera fa ho avuto un attimo di perplessità quando, Gerardo mi ha scritto il seguente messaggio: “Vuoi fare una videochiamata con Renica”? Neppure il tempo per lo stupore e sul cellulare è apparso un volto familiare, anche se privo dei riccioli che lo caratterizzavano.

Per chi non lo conoscesse (cosa impossibile tra i tifosi del Napoli, anche giovanissimi), Alessandro Renica giocava da “libero” negli anni di Maradona. Pur essendo un forte difensore, deve la sua fama soprattutto ad alcuni gol decisivi per i trionfi azzurri, segnati per lo più con potentissimi tiri di sinistro che piegavano le mani ai portieri avversari, come allo juventino Tacconi in una partita decisiva per la conquista del primo scudetto nel 1987. Per una beffa del destino la sua splendida carriera terminò precocemente a causa dell’infortunio muscolare successivo al violentissimo tiro che consentì al Napoli di pareggiare (poi vinse) una partita contro la Fiorentina che sembrava perduta, specie quando al doppio svantaggio si aggiunse l’errore dal dischetto di Maradona, appena rientrato dalla “fuga” estiva in Argentina. “Ti ricordo per due gol soprattutto”, ho detto a Renica, citando sia questo del settembre 1989, sia l’ALTRO gol…

“Ti ricordi della festa del primo scudetto?”, ha replicato. Come avrei potuto dimenticare lo show di un incontenibile Massimo Troisi, che in una “intervista” a Gianni Minà descriveva il suo sogno di vivere dall’interno il clima dello spogliatoio azzurro. Traduco a memoria dalla Lingua napoletana: “Pur di stare dentro, guarda mi piacerebbe essere pure la moglie di un giocatore. Ecco, se tu ora mi facessi diventare la moglie di Renica, mi faresti contento. Signora io vi invidio Renica. Vorrei essere sua moglie, ché quello torna a casa e le dice sai cara Maradona che cosa ha detto…”.

Ma torniamo ai gol. L’ALTRO è quello che ha iscritto Renica nel libro delle leggende azzurre. Non credo ci sia tifoso del Napoli, dai 40 anni in su, che non ricordi esattamente dove e con chi si trovasse alle 22 e 58 del 15 marzo 1989, quando Sandro Renica, al minuto 119 del secondo tempo supplementare, incornò un cross di Careca, segnando il 3-0 alla Juventus che consentì di rimontare lo 0-2 dell’andata, nei quarti di finale della Coppa Uefa, poi conquistata dal Napoli nella finale di Stoccarda. Quella sera il minuscolo appartamento nel quale vivevo a Roma da studente era stipato fino all’inverosimile di amici. Ricordo, con gli stessi brividi di allora, che subito dopo il gol, mentre Renica attraversava di corsa il campo a braccia allargate, come per stringere in un abbraccio il San Paolo in delirio, crollai in ginocchio davanti a una bandiera azzurra sulla quale era disegnato il golfo di Napoli. Affermo, senza tema di smentita, che quel gol ci ha regalato la massima gioia dell’intera storia azzurra. Da quel giorno e per sempre, chiunque faccia il suo nome a un tifoso napoletano si sentirà rispondere: Renica al 119esimo!