A volte ritornano... La vera storia dei falsi Protocolli dei Savi anziani di Sion: un salutare tuffo nella Memoria

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone

Nonostante lo smascheramento che tutti gli storici ne hanno fatto, “I Protocolli dei savi anziani di Sion” continuano a essere periodicamente richiamati da politici (ultimo esempio un tweet del senatore del M5S Elio Lannutti, che ha ingenerato indignazione diffusa fino alle scuse del parlamentare, Ndr) e fanatici per mettere in guardia da un fantomatico piano ebraico di dominare il mondo e utilizzati nei moderni populismi e nella tesi del complotto demo-pluto-giudaico-massonico di molti ambienti antisemiti.

Pubblicati per la prima volta in Russia nel 1903 su un quotidiano di estrema destra, Znamya e composti, probabilmente a Parigi, da agenti della polizia segreta zarista per aizzare pogrom e screditare i rivoluzionari che si schieravano a fianco degli ebrei russi, furono presentati come la trascrizione di un discorso pronunciato in un congresso sionista segreto, tenutosi in Svizzera nel 1897, da un anziano a un’assemblea di saggi. Da allora, i Protocolli sono diventati il più efficace strumento di odio e di propaganda antisemita. La convinzione che il testo fosse originale amplificò l’effetto sull’opinione pubblica. I Protocolli sono strutturati in modo molto convincente e preciso e delineano minuziosamente le 24 fasi in cui i Savi di Sion arriverebbero a conquistare il mondo. Contengono anche nomi che appartengono realmente a leader ebrei come Theodor Herzl, il noto scrittore di Der Judenstaat (Lo stato Ebraico), in cui propone di fondare uno Stato ebraico in Palestina e considerato, per questo, il padre del sionismo. Il riferimento è molto ben congegnato perché Herzl, in effetti, tenne un congresso ebraico a Basilea proprio nel 1897.

Dopo la prima guerra mondiale I Protocolli contribuirono a diffondere il pregiudizio che alla base dei problemi della Germania ci fosse la cospirazione giudaica e che gli ebrei fossero i veri responsabili della sconfitta della guerra e di tutte le sciagure del popolo tedesco. Sono richiamati da Hitler nel Mein kampf e poi diffusi capillarmente e gratuitamente in Germania per condizionare l’opinione pubblica e giustificare la politica persecutoria della Soluzione finale. Dopo la II guerra mondiale riappaiono in circolazione: l’era di Internet, facendo entrare l’opera nella rete, ha contribuito alla sua diffusione. Condannato nel 1993 anche dal tribunale dello stesso paese che per primo contribuì a diffonderlo, la Russia, il testo continua a esercitare una nefasta influenza. Come un’eterna minaccia.

Nel 1921 si avviò il primo debunking a opera del Times: un giornalista inglese, Philip Graves, destituì il libello di ogni fondamento, riconoscendovi gli stessi contenuti di un’opera antibonapartista risalente agli ultimi anni del XIX secolo. Il testo originale era quello di una vecchia commedia francese a sfondo satirico, del 1864, contro Napoleone III: Dialogue aux enfers entre Machiavel et Montesquieu (Dialoghi agli inferi tra Machiavelli e Montesquieu), di Maurice Joly. L’analisi approfondita e il rinvenimento dei documenti da parte del giornalista permisero di supportare il debunking attraverso la fonte originale da cui era tratto e di contrastare l’ondata di ostilità, almeno dal punto di vista scientifico. L’assemblea dei Savi di Sion non è mai esistita, il congresso non è mai avvenuto, le trascrizioni sono un falso. Winston Churchill, che inizialmente lo aveva creduto vero, in seguito allo smascheramento del Times decise di ritrattare quanto affermato, mentre Henry Ford, che ne aveva sposato in pieno la causa, tanto da finanziarne la distribuzione e da scriverne settimanalmente sul suo giornale, The Dearborn independent, chiederà scusa alla comunità ebraica per i suoi scritti solo sei anni più tardi. In Italia furono pubblicati nel 1921 ma si diffusero soprattutto a partire dal 1937, nell’edizione a cura di Giovanni Preziosi, introdotta dall’esoterista fascista Julius Evola.

Il pericolo subdolo dei Protocolli è testimoniato da un assassinio famoso, quello di Walter Rathenau, ministro degli Esteri della Repubblica di Weimar, avvenuto nel 1922 da due fanatici di estrema destra, antisemiti e anticomunisti. Walther Rathenau aveva stipulato con l’URSS il trattato di Rapallo in cui, a fronte del rifiuto tedesco di entrare in una grande coalizione antisovietica, l’URSS si mostrava disposta a collaborare con la repubblica tedesca. Questa politica fu duramente contestata dall’estrema destra nazionalista che incominciò a denunciare le origini ebraiche del ministro. Il 24 giugno 1922, in una giornata forse non casuale, trattandosi del solstizio d’estate, Festa del Sole, Rathenau fu assassinato a Berlino da Erwin Kern e Hermann Fischer, nazionalisti vicini all’ambiente dei Freikorps, conosciuti in Italia come Corpi Franchi e Werner Techow, che coinvolse anche il fratello minore Hans Gerd. Al processo Techow, il giudice parlò di “morte sacrificale” di Rathenau, forse intuendo che l’assassinio del ministro, avvenuto anche perché ritenuto uno dei Savi di Sion, fosse caduto in un giorno dal particolare significato simbolico, in sacrificio al dio sole dell’antica religione germanica. L’episodio è spesso fatto coincidere con l’inizio dell’esplosione violenta dell’antisemitismo in Germania.

Nonostante il Times ne avesse svelato l’inautenticità, però, i Protocolli non cessarono di essere popolari, anzi, forse proprio a causa dell’eco accesa da quest’ultimo, si diffusero maggiormente, tanto che Umberto Eco, che dedicherà “Il cimitero di Praga” al tema, scriverà: “È esattamente da allora che i Protocolli hanno intensificato la loro circolazione in tutti i paesi e sono stati presi ancor più sul serio”.

I Protocolli, sostenuti dai movimenti neonazisti e antisemiti non hanno smesso di circolare arrivando fino ai giorni nostri e continuando a diffondersi soprattutto in Medio Oriente, per denunciare la politica israeliana e fomentare l’odio contro gli ebrei. Qui sono addirittura considerati documenti storici, ma è facile comprenderne le motivazioni. Non lo è in Occidente, che non solo non ha le ragioni di conflittualità territoriale e i rancori palestinesi che impediscano di riconoscere il valore delle fonti e la verità della ricerca storica, ma addirittura deve scontare nei confronti del popolo ebraico un debito di sofferenze e di vite umane che nessuna memoria potrà mai cancellare dal tempo.

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(N.B.: Il pezzo contiene l’estratto di un saggio presente nel libro “Sentieri di resistenza”, pubblicato dall’ANPI di Benevento nel 2018)