Il 27 gennaio di ogni anno la lama della memoria affonda nell'anima. E così dev'essere

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone

Quanto esteso, profondo ed emotivamente insopportabile sia il peso dei crimini nazisti, consumati in parte anche con la complicità fascista, è testimoniato e richiamato il 27 gennaio di ogni anno, da quando fu istituito questo giorno, a livello nazionale prima e internazionale poi, per ricordare quello del 1945 in cui si aprirono i cancelli del simbolo fisico del male assoluto, Auschwitz. E ogni anno si riacutizza la ferita, si sentono i morsi della lama della memoria affondare nell’anima. Così è e così deve essere. Soprattutto in anni come quelli che stiamo vivendo in cui più incombente è la minaccia che l’odio possa ripresentarsi, in forme storicamente diverse ma secondo meccanismi psicologicamente simili e con la medesima virulenza.

D’altronde, come sottolinea lo storico Emilio Gentile, le due più potenti passioni dell’essere umano sono l’amore e l’odio: mentre il primo si accende e si spegne e nessuno può programmarlo, può controllarlo, può organizzarlo, l’odio, invece, anche se ha matrici irrazionali, si costruisce su se stesso, si organizza, diventa un fattore di mobilitazione politica con uno scopo, acquista una sua razionalità. Quanto sia facile fomentare odi e intolleranze lo sappiamo bene: ciò che continua a sorprenderci è come tale operazione possa, nonostante le informazioni storiche e le prove inoppugnabili dell’orrore che ha prodotto nel passato, continuare a essere utilizzata e a produrre fascinazioni e diffuse, acritiche condivisioni.

Il 27 gennaio è l’occasione per riflettere su ciò che l’umanità è in grado di fare: sterminare e salvare. Per riflettere su come la crudeltà esista e sia in grado di slatentizzare un potenziale distruttivo inimmaginabile e su come operi, fortunatamente, anche la forza di una generosità, quella di chi ha rischiato la vita per altri esseri umani, altrettanto inimmaginabile. Per riflettere sugli oppressori e sugli oppressi, su chi danna l’umanità e su chi la salva, ma anche su chi fa parte di quella zona grigia, di quella fascia indistinta e ambigua in cui tutto sfuma, ogni cosa si confonde, i contorni si sbiadiscono e tutti possono sentirsi giustificati e salvati, nonostante i sommersi.

Si ricorderanno, come stiamo facendo in questi giorni, i milioni di vittime che l’odio nazista ha trascinato nel baratro, spinto nell’abisso, soffocato nell’umiliazione e nell’annichilimento, costretto a interrogarsi sull’esistenza o inesistenza di un dio visto come assente, muto, impotente, che non avrebbe dovuto permettere, che non dovrebbe permettere gli Auschwitz, i Mauthausen, i Treblinka, i Sobibor, passati e presenti. Un dio che non dovrebbe permettere all’uomo di essere disumano.

Si ricorderanno gli ebrei che hanno pagato il tributo più alto e che da secoli sono il perfetto capro espiatorio, sempre utilizzato per mondare i peccati del mondo, e la cui shoah rappresenta un unicum nella storia del Novecento, ma si dovrebbero, e spero che si faccia, ricordare anche tutte le altre vittime: i malati mentali, gli omosessuali, i dissidenti politici, i Testimoni di Geova, i Rom e i Sinti, le prostitute, i massoni, i sacerdoti, gli ex deportati. Per quanto riguarda i primi, furono “pionieri” inconsapevoli della sperimentazione distruttiva tedesca espressa dall’Aktion T4, una sorta di prova generale delle future pratiche che sarebbero state applicate, dalla sterilizzazione coatta alla soppressione vera e propria.

Per ciascuna delle altre categorie, i nazisti, nella loro ossessiva ricerca dell’ordine, pianificarono la collocazione in campi di concentramento e di sterminio, con un preciso sistema semiologico di identificazione che andava dalla classica Zebra, la divisa a strisce chiare e scure alternate, alla Stella di David per gli ebrei, ai numeri tatuati sul braccio, ai caratteristici triangoli: rossi per i politici, rosa per gli omosessuali, neri per gli asociali e i rom, viola per i Testimoni di Geova, blu per gli emigrati. Un colore per ogni colpa. E quali erano queste colpe?

Quella di essere un popolo, per gli ebrei; quella di dissentire, per gli oppositori, gli antifascisti, i negatori della dittatura nazista; quella di avere un orientamento sessuale che creava scandalo, per gli omosessuali; quella di appartenere a un’etnia, per rom e sinti, giudicata “un miscuglio di razze deteriorate” e perciò oggetto di una completa devastazione, il porajmos, il “grande divoramento”, come definito da coloro che ne sono stati interessati; quella di essere pacifisti e antimilitaristi, per i Testimoni di Geova.

Di questi ultimi non si parla quasi mai, forse perché nell’immaginario collettivo, anche attuale, sono pietrificati nello stereotipo del tafano, di chi non esita a bussare alla tua porta o a fermarti per regalare riviste che nessuno vuole leggere. Eppure, non si può negare loro una qualità indiscutibile: la gentilezza. Tanti furono uccisi, processati e decapitati dalla Germania nazista per obiezione di coscienza e a migliaia mandati nei campi di concentramento perché non volevano prestare servizio militare e giurare fedeltà al Reich. A volte solo perché si erano rifiutati di fare il saluto nazista o di toccare qualsiasi cosa, divisa o indumento, che richiamasse la guerra. Molti di loro sono considerati “giusti tra le nazioni” dallo Yad Vashem per aver salvato degli ebrei.

Il 27 gennaio un pensiero riserviamolo anche a loro, come a tutte, tutte le vittime, riconosciute e dimenticate, di un incubo che è passato ma che per qualcuno continua a esistere. Nella memoria di affetti che sono stati persi per sempre, nella mancanza di una discendenza che sarebbe potuta essere e non c’è più stata, nella paura di un presente capace ancora di materializzare vecchi fantasmi e di evocare spettri nuovi e inquietanti.