“La ragazza si chiamava Anna”, la testimonianza della Solot per non abituarsi alla banalità del male

- Cultura Spettacolo di Alessio Zarro Ievolella
Da nistra: Michelangelo Fetto, Assunta Maria Berruti, Carlotta Boccaccino e Antonio Intorcia
Da nistra: Michelangelo Fetto, Assunta Maria Berruti, Carlotta Boccaccino e Antonio Intorcia

Il 27 gennaio è una data dal valore inestimabile per l’umanità. Eppure nessuno, per quanto dotto e profondo, potrebbe pronunciare un discorso tale da rendere immediatamente e univocamente percepibile il contenuto di questa ricorrenza. Ciò perché la memoria, che è tutt’uno con l’esperienza, non si può ‘dire’, ma solo raccontare. E, per essere interiorizzata, è necessario che incontri direttamente l’esperienza dell’ascoltatore. Cosa non facile, laddove si è sempre più impermeabili alle esperienze proprie e altrui, e sempre più abituati a procedere oltre senza voltarsi. Se non si capisce che tutto ciò costituisce un problema, qualunque chiacchiera pronunciata in questa occasione rischia di cadere nel vuoto.
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Ebbene, la Solot Compagnia Stabile di Benevento ha interpretato il Giorno della Memoria senza eluderne la problematicità, mettendo in scena ieri, al Mulino Pacifico, “La ragazza si chiamava Anna”, regia di Michelangelo Fetto, con Antonio Intorcia, Michelangelo Fetto, Assunta Maria Berruti e Carlotta Boccaccino. I bravi attori beneventani hanno adoperato tutta l’arte teatrale di cui dispongono al servizio della trasmissione di un’esperienza: quella di Anna Frank, anzitutto, alla cui vicenda il dramma è liberamente ispirato, ma, come suggerisce la vaghezza del titolo, anche di tante altre, analoghe e no, accomunate dal valore di testimonianza dell’unica, inenarrabile esperienza della guerra e della Shoah. Una convincente prova artistica pregna di valore civile, accolta dagli interminabili applausi, con tanto di standing ovation, del numerosissimo pubblico accorso.
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Il dramma si è sviluppato nell’arco di tempo che va dall’inizio della clandestinità della famiglia Frank (1942), quando, a seguito dell’occupazione nazista di Amsterdam, decidono di nascondersi all’ultimo piano dello stabile in cui aveva sede l’ufficio del padre, fino al tragico arresto con deportazione (1944). Sulla scena tre personaggi: Anna, il padre e la madre, tre sgabelli e una libreria proiettata sullo sfondo, unico contatto dei Frank col mondo esterno. Il minimalismo della scenografia ha agevolato l’immedesimazione degli spettatori in quella angusta e inclemente situazione di clandestinità dove, lontano dalla luce del sole, si facevano largo paura e sconforto, ma anche permanevano, ostinati, alcuni residui di una routine familiare: i litigi sciocchi, i momenti di affetto, le letture, i canti e le speranze condivise, fino alla difficile convivenza con gli altri occupanti del nascondiglio, le cui voci talvolta si sono udite in sottofondo. Così Anna cresceva, ritagliandosi uno spazio in cui quell’adolescenza, con i propri diritti e le proprie passioni negate, potesse pur essere, in qualche modo. Spazio che le era aperto dai libri, dalle foto delle star del cinema che conservava nella sua cassetta rossa di metallo ma, soprattutto, dal suo diario, che tale adolescenza prendeva in custodia per sempre. Alla rappresentazione teatrale vera e propria, si sono alternati alcuni intermezzi parlati di Michelangelo Fetto, bravissimo a catturare l’attenzione del pubblico, con naturalezza, facendo trapelare la gravità dei contenuti senza retorica o toni sopra le righe, attraverso riflessioni che entravano in costellazione con il dramma. Le video proiezioni sullo sfondo, poi, hanno introdotto fluidamente nella trama altre vicende significative, passate e presenti, producendo un’attualizzazione storica di ampio respiro: dalla Senatrice Liliana Segre, unica bambina milanese a essere tornata viva da Auschwitz, a Tonina Ferrelli, ultima sventurata vittima civile della guerra, nel 1943 a Benevento; dalle 963 anime della Nave St. Louis, che dopo un’interminabile odissea nell’Oceano Atlantico furono restituite ai carnefici da cui fuggivano, al ricordo commosso del beneventano Francesco Cangiano, deceduto qualche anno fa in Cambogia dove prestava aiuti umanitari come volontario.
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Nella costruzione di questo imponente mosaico, si è palesato il tentativo di avvicinare nel tempo e nello spazio la figura di Anna Frank, in modo che potesse realmente penetrare gli spettatori. Fondamentale, a tal riguardo, l’espediente di mantenerla nella generalità di un’adolescente media, così da renderne automatica la trasposizione nel presente, nonché di conservarne intatte proprio quelle caratteristiche che tradiscono una giovinezza forse fin troppo normale. Tale contrasto si è manifestato in una sorta di persistente ingenuità della ragazza, come una fiducia nel fatto che tutto sarebbe andato a posto, prima o poi. Fiducia intaccata solo in due momenti, durante la pièce: dapprima quando alcuni passi turbano una delle tante serate passate in sordina nella soffitta, che poi si scoprono essere quelli di un ladro, invece che delle temute camice verdi. E poi sul finale, quando Anna, con indosso la Zebra, ricompare in scena come interlocutore immaginario del padre (unico superstite) e, non più paga delle sue rassicurazioni, lo esorta a fare presto, niente affatto certa che il pur esiguo tempo rimanente prima della fine della guerra le sarebbe bastato. Il campo di Bergen-Belsen, che la giovane all’inizio aveva perfino salutato con un briciolo di contentezza, perché finalmente poteva rivedere il cielo, l’aveva già uccisa, dopo averle tolto la speranza. Ma, in compenso, la sua storia ne ha donata a noi. Proprio così, perché soltanto per chi non ha più speranza, ci è data speranza. E se ”in ogni luogo del mondo, in ogni tempo, ci sarà sempre qualcuno che soffrirà e morirà per l’avidità, la follia, la cattiveria di qualcun altro - ha detto Fetto -, poi, per fortuna, ci sarà sempre chi non si abituerà a tutto questo, alla banalità del male”.