Cosa insegna la lettura di Primo Levi, mentre tutto sta accadendo ancora sotto i nostri occhi...

- Opinioni di Isabella Castelluccio
foto di repertorio
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27 gennaio 1945: l’esercito russo entra nel campo di concentramento di Auschwitz e vede ciò che l’Occidente fino ad allora “non aveva visto”. Primo Levi, sopravvissuto a quel campo, così racconta nel suo libro “Se questo è un uomo” il momento dell’arrivo dei Russi: “Giacevamo in un mondo di morti e di larve, l’ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi”. E si riferisce all’ulteriore scempio perpetrato dai Tedeschi una volta avuta la consapevolezza di essere stati sconfitti e di dover abbandonare frettolosamente quel luogo di orrore: il meccanismo del lager viene sconvolto, uno scempio nello scempio, l’ultimo atto della tragedia, “l’opera di bestializzazione intrapresa dai Tedeschi trionfanti, era stata portata a compimento dai Tedeschi disfatti” - commenta Levi.

Il libro è terribile e crudo. Lo propongo ogni anno ai miei alunni, lo ritengo un dovere morale, soltanto ai più grandi, però, per gli altri è troppo duro e si commuovono. I grandi, invece, sono curiosi e increduli, le loro domande sono sempre le stesse: è successo davvero così? è tutto vero quello che racconta?

Non riescono a credere a quello che sentono. Immaginano i luoghi e le persone e in classe c’è sempre un insolito silenzio. All’inizio, prima di cominciare la lettura sono scettici. Temono di annoiarsi, non sono abituati a leggere, amano le scene che scorrono sotto i loro occhi, la possibilità di interagire attraverso una tastiera, i rumori e la musica di sottofondo. Il loro è un “mondo visibile”, hanno tutto sotto gli occhi sempre, basta un click e lo schermo è pieno di ciò che vogliono vedere. Non sono abituati ad immaginare attraverso le parole.

Parlo un po’ di questo libro e di Primo Levi prima di cominciare la lettura, racconto loro un po’ di cose per incuriosirli. Ma loro mi dicono di sapere già cos’è stata la Shoah, “l’abbiamo studiata tante volte, abbiamo visto tanti film, a cosa serve leggere un libro?”, rispondo che leggere un libro serve sempre, ma patteggio la loro scelta: “Se non vi interessa interrompiamo la lettura”. Si convincono.

Iniziamo a leggere i primi capitoli, all’inizio c’è il solito brusio, poi comincio ad avvertire sempre più silenzio, la loro perenne allegria si spegne e capiscono che quel dolore necessita di rispetto. Li provoco e chiedo di interrompere la lezione e di passare a un altro argomento, non vogliono, non ascoltano nemmeno la mia richiesta, cominciano a farmi domande. Mi chiedono di tutto, non credono a ciò che leggono.

Osservo i loro sguardi durante la lettura: sono assorti, qualcuno procede più velocemente, non sta al passo con chi legge ad alta voce, gira le pagine, va avanti da solo, tutti cominciano a immaginare. Intervengo di tanto in tanto per dare qualche spiegazione, ma non ce n’è bisogno, mi guardano perplessi e ricominciano a leggere. La loro immaginazione, sebbene non tanto allenata, è partita, si è messo in moto un processo capace di attivarsi naturalmente. Ultimati i capitoli stabiliti per quella lezione chiedo se hanno deciso di portare ancora il libro, sono tutti d’accordo: vogliono leggere ancora, vogliono capire.

Nel corso degli anni è capitato anche che qualcuno di loro mi abbia ringraziato per quella lettura: “Ora cominciamo a capire” - mi hanno detto, e io ho apprezzato soprattutto quel verbo “cominciamo” da loro più volte utilizzato, perché almeno loro hanno raggiunto la consapevolezza che capire ciò che è stato veramente è difficile e necessita di un lungo e doveroso approfondimento.

È difficile empatizzare il dolore, l’umiliazione, la violenza, ma soprattutto, in questi nostri tristi tempi, è difficile acquisire la consapevolezza che è necessario approfondire, nel senso proprio di “capire a fondo” in tutte le molteplici dinamiche, le situazioni, per poterle comprendere nella loro realtà e complessità. La tendenza generale è quella di “rimanere in superficie”, galleggiare in un mondo pseudovirtuale costruito a propria dimensione e chiudere gli occhi davanti a ciò che succede. Che sia presente o passato non c’è differenza, l’atteggiamento è lo stesso. Ed è proprio questo “abitus” acquisito che ha determinato in questi ultimi giorni il susseguirsi di situazioni che hanno dell’inverosimile: centinaia di celebrazioni del giorno della memoria “affinchè tutto non accada più”, mentre tutto sta accadendo ancora sotto i nostri occhi.

Il nostro ministro degli interni in prima fila durante la commemorazione della Shoah al Quirinale per testimoniare contro ogni forma di razzismo e discriminazione mentre si procede agli sgomberi dei centri di accoglienza, si approva il decreto “sicurezza ed immigrazione”, si boicottano gli SPRAR, ci si accanisce contro le Ong.

L’indifferenza è la stessa”, dice Liliana Segre, altra sopravvisuta ad Auschwitz e oggi senatrice della Repubblica, e le si può credere, se non altro perché lei c’era. Le “forme” sono diverse, ma “la sostanza” è quella: la discriminazione. Barconi carichi di persone “bianche” non sarebbero abbandonati a “marcire” (cit.) per giorni al freddo, la soluzione sarebbe presa in un tempo ragionevole. Migliaia di persone “bianche” non sarebbero abbandonate in mare a morire.

Probabilmente bisognerebbe aggiungere alla tutela dei diritti dell’uomo di cui la nostra Costituzione è garante l’aggettivo “bianco”, perché pare che i diritti ora valgano soltanto per questa categoria di persone, gli altri possono essere rispediti e torturati nei lager libici, possono subire i ricatti di un caporalato sempre più spietato e feroce, possono essere prelevati dai centri di accoglienza senza nessun preavviso ed essere gettati in strada, possono essere allontanati dalle scuole e dai compagni di classe senza motivo, possono essere privati del servizio della mensa scolastica e separati dagli altri alunni.

Non riesco a vedere in tutto questo l’azione di uno Stato consapevole, di un disegno volto ad affrontare con competenza e imparzialità la situazione, non riesco a individuare una seria volontà di confrontarsi con una realtà nuova e drammatica dei nostri tempi quale è la migrazione “globale” alla quale stiamo assistendo.

Piuttosto mi tornano in mente gli sguardi increduli e meravigliati dei miei alunni davanti alle parole di Levi e le loro domande. Ma soprattutto mi viene da pensare al loro rispetto per il dolore e alla loro umiltà di fronte a una situazione così complessa. Oggi si parla di “classe capovolta”, alunni che tengono lezioni agli insegnanti, forse il nostro ministro piuttosto che andare in tv e sedersi in cattedra a dare inutili lezioni di ignoranza, dovrebbe sedersi tra i banchi e ritornare ad ascoltare.