Vigorito può portar via dalla città il pallone, Benevento comunque resta...

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Oreste Vigorito e Clemente Mastella
Oreste Vigorito e Clemente Mastella

Torna ad alzarsi la marea mediatica sulla convenzione dello stadio di contrada Santa Colomba, intitolato a Ciro Vigorito, fratello prematuramente scomparso dell’attuale presidente della società del Benevento calcio, Oreste. “Scintille Mastella-Vigorito”, recita la locandina Il Sannio Quotidiano. “La vicenda dei 502.000 euro per il consumo di acqua erogata dalla Gesesa allo stadio tiene banco… è la società del Benevento calcio che li deve al Comune”, scriveva qualche giorno fa Gazzetta di Benevento – per citare solo due esempi. E i tifosi tutti (ma invero chi segue le vicende locali pur senza fiaccare la voce sugli spalti) si risvegliano infine col titolo di testa di Ottopagine, che suona come un sinistro presagio: “Ultime gare al Vigorito. La società cambia stadio”. Verbo al presente e certezza espressa – poi nel corpo dell’articolo prevedibilmente stemperata in una espressione carpita di volontà: “…il presidente ai suoi più stretti collaboratori ha già detto di volersi guardare attorno: Napoli, Campobasso, persino Salerno (quindi venerdì dinanzi alle telecamere Rai giocherà in “casa”…?).

Peraltro, per una breve guida ragionata alla lettura, giova sempre ricordare che si è in presenza di una sorta di posizione ufficiosa, ancorché presentata sotto forma di commento, espressa su un organo di informazione ufficialmente riconducibile al medesimo patron Vigorito. Il valore di messa sull’avviso, inoltre, non è neppure tanto celato sull’unico livello di interlocuzione possibile, la politica: “La buca dentro la quale Mastella sta cadendo è che Benevento potrebbe ritrovarsi senza una squadra”… Se poi Vigorito se ne va, a Mastella i conti (relativi allo stadio e non solo, quindi – Ndr) torneranno?”.

Dunque, è vero che la convenzione fra società di calcio ed ente proprietario dell’impianto è scaduta. E’ vero che si va avanti a proroghe ed è, per ciò , inutile risalire per i rami della storia di detta convenzione (il solito faldone di passate citazioni che corroborano l’inutilità delle parole spese negli anni dai protagonisti…) perché i fatti ci dicono nel loro candore che si è addivenuti al nulla.

In breve, però, si può anche ricordare:
come la società, in forza della convenzione oggi scaduta, abbia fruito di un canone magari non proprio congruo per una decina d’anni;

come la politica che si è succeduta a palazzo Mosti (prima il centrosinistra di Pepe per un decennio e poi il centrodestra di Mastella, per quasi tre anni) abbia vestito più i panni del supporter che quelli dell’amministratore della cosa “pubblica”;

come l’amministrazione civica in effetti non abbia dato granché prova d’efficienza e non sia stata colpevolmente in grado di definire in termini precisi il rapporto fra il dare (le partite debitorie nei confronti del Comune) e l’ avere (i lavori effettuati nello stadio dalla società di Vigorito) dei contraenti;

come non sia sempre lastricata di buone intenzioni la strada dell’analisi, soprattutto quando nel porre alternative (la ghigliottina dell’eventuale taglio col calcio in loco) schiera un convitato di pietra (la tifoseria) contro la politica.

Ma, infine: l’intrapresa privata sotto forma di società di calcio, proprio perché tale, non va discussa nelle sue decisioni, anche quando e se dovesse decidere e scandire che il pallone è suo e intende smettere il gioco in contrada S. Colomba e andare via; né va discussa nelle delusioni patite, tali da far meditare, altro che ricevere solo ingratitudine.

Una cosa però va sottolineata: Vigorito può portare via da Benevento pallone, società e squadra, non il patrimonio immateriale giallorosso (storia, memoria, emozioni), del quale – è vero - costituisce una parte importante, ma giocoforza transeunte. Anche Vigorito passa, Benevento resta.