L’Unesco e la paradossale questione dei dehors a Benevento

- Cultura Spettacolo di Franco Bove

Pochi giorni fa sul Corriere della Sera on line Milena Gabanelli ha rivoltato le tasche all’UNESCO con la sua ben nota acribia e senza riguardi verso la prestigiosa istituzione delle Nazioni Unite. Sciorinando un largo ventaglio di dati ha dimostrato che l’Italia, per aver ottenuto di inserire nella lista mondiale dei siti da tutelare quarantanove oggetti di interesse culturale (materiali o immateriali) e cinque località di valore naturalistico, ha pagato e continua a pagare un prezzo elevatissimo.

Per far funzionare l’organizzazione internazionale ha dovuto versarle nell’anno appena trascorso 12.237.220 dollari (contributo annuale). Tra tutte le nazioni che partecipano all’iniziativa il nostro paese è il settimo contribuente, ma rappresenta il primo finanziatore per contributi volontari extra-bilancio (28.054.715 nel 2017). Che cosa riceve in cambio di tali esborsi?
A dire della Gabanelli praticamente nulla. L’agenzia dell’ONU, infatti, ha il compito principale di «costruire la pace attraverso la cooperazione internazionale in materia di istruzione, scienza e cultura» e per tale finalità, nonché per sostenere i costi del personale addetto utilizza il 93% degli introiti. Solo il 3% è destinato al Fondo World Heritage Convention, ma di questa cifra, “poco o nulla entra nelle casse degli Stati in cui effettivamente si trovano le meraviglie universali”.

In proposito il nostro Ministero degli Affari Esteri avrebbe dichiarato che l’Italia non riceve soldi dall’Unesco ma ne versa molti perché ritiene di dover “tutelare i Paesi in via di sviluppo”. Di conseguenza le risorse dell’Unesco sono andate per la maggior parte a Brasile, Afghanistan, Iraq, Giordania e Myanmar. Del Fondo istituito proprio per la tutela del patrimonio mondiale l’Italia non ha mai usufruito. Anzi, per esser precisi, l’unico contributo ottenuto ammontava a 20.000 dollari ricevuti nel 1994 per un corso dal titolo: «Informazioni, documentazione e utilizzo delle pubblicazioni dell’Unesco sul patrimonio culturale e naturale».

Perché, allora, le nostre regioni e i nostri comuni si affannano tanto a voler inserire nella fatidica lista altri siti e altre testimonianze della cultura materiale e immateriale come è accaduto per la pizza, la dieta mediterranea, la falconeria e il canto a tenore sardo?
Probabilmente perché si è diffusa la convinzione che il riconoscimento dell’autorevole agenzia internazionale costituisca una sorta di brand utile alla valorizzazione turistica, oltre ad essere una legittimazione della rilevanza culturale degli oggetti e, in fondo, contiene un giudizio istituzionale indiscutibile sulla bellezza delle cose e dei prodotti del lavoro umano. In un tempo in cui si è arrivati a teorizzare l’estetica del brutto è già un gran risultato per i politici attuali.

Solo con questa ingenua convinzione si spiega l’ammissione della città di Ivrea che esprimerebbe “una visione moderna del rapporto tra produzione industriale e architettura”. Per iscrivere nell’elenco delle meraviglie la città piemontese sono stati sborsati 452.624 euro, meno del mezzo milione di euro che avrebbe tirato fuori la Regione Veneto per far ottenere il marchio alle colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, poi bocciate.

Si ignora quale sia stata la cifra pagata dal Comune di Benevento per elevare la chiesa di S. Sofia al grado di patrimonio dell’umanità. Da più parti si sostiene, comunque, che l’operazione abbia giovato alla città producendo un cospicuo aumento dei flussi turistici. Ma è proprio vero?

Un articolo recente di Luigi Ruscello, al solito accurato nel metodo analitico e ben documentato, dimostra l’infondatezza di questa opinione. All’interno della più ampia crisi del turismo della provincia beneventana, il capoluogo presenta un andamento crescente dei flussi fino al 2006 (da 41.029 unità del 1990 a 72.843) per poi invertire la tendenza registrando una vera e propria caduta nel 2016 con 47.770 unità. Si aggiunga a questo dato negativo quello della durata delle presenze (2,33 giorni a fronte dei 3,49 della media italiana) e si avrà un quadro davvero poco confortante della presente situazione.

Dunque sembrerebbe che il riconoscimento dell’Unesco del 2011 non abbia minimamente contribuito ad invertire la tendenza involutiva in atto. Qualche effetto, tuttavia, lo ha prodotto anche se non esaltante e se ne vedono le implicazioni in questi ultimi mesi.

La Soprintendenza ha chiesto perentoriamente che siano eliminati i dehors posizionati lungo il corso Garibaldi (gazebo montati davanti a bar o bistrot e fatti di strutture amovibili, nonché di materiali plastici) e che siano sostituiti con semplici ombrelloni. Le istallazioni oggetto delle reprimenda sarebbero sconvenienti in uno spazio pubblico dichiarato nella proposta di candidatura dell’edificio ecclesiale sofiano buffer zone (definizione derivata dall’ecologia col significato di zona di protezione o di cuscinetto) e, inoltre, con la loro poco elegante voluminosità, interferirebbero con le pregevoli architetture dei palazzi che fiancheggiano l’asse principale del centro storico.

Il giudizio dei funzionari ministeriali appare, in verità, venato da un eccesso di soggettività interpretativa (i dehors si trovano un po’ dappertutto a Roma come a Parigi, a Firenze come a Napoli, anche nei punti di maggiore importanza storica o paesaggistica e non si capisce bene il motivo per cui proprio a Benevento dovrebbero risultare nocivi).

L’aver riferito il drastico parere essenzialmente alla sensibilità estetica di chi lo impone, come se si trattasse di un parametro di valutazione intuitivamente condivisibile, proietta, poi, su una limitata porzione di corso Garibaldi un vincolo ulteriore estraneo a qualsiasi dettato normativo vigente e di genere dubbio (vincolo paesaggistico o vincolo specifico?).

Danneggia, infine, selettivamente e al di fuori di un criterio di equo trattamento, quei gestori di piccoli locali, situati nel tratto che va da piazza Matteotti a poco prima di piazza Duomo e che, possedendo ambienti interni ristretti, riescono a mandare avanti l’attività proprio col sussidio di quelle superfici esterne riparate e riscaldate.

Di questi utili ripari dalle intemperie si giovano, peraltro, anche i cittadini e i pur rari visitatori che, stando seduti tranquillamente, possono godersi insieme alle bevande anche quello scenario architettonico di cui tanto ci si preoccupa.

Si è affermato, però, che sul segmento viario in discussione, per quanto empiricamente collegato a S. Sofia (lo scenario è stato profondamente modificato tra la seconda metà del XIX secolo e gli inizi del Novecento e non conserva nulla dell’assetto medievale) si applichi una speciale tutela i cui contenuti sarebbero definiti dal piano di gestione. Questo strumento, obbligatorio per i siti Unesco, di cui a Benevento si sa poco, neppure se sia stato mai predisposto e adottato, dovrebbe, tuttavia, riguardare la manutenzione programmata, vale a dire il monitoraggio costante di luoghi e manufatti di valore storico inseriti nell’elenco, nonché di modalità corrette di uso degli stessi, ai fini della loro conservazione integrale.

Non si tratta, pertanto, di uno strumento urbanistico il cui scopo è la valorizzazione dei siti e la cui funzione comprende la facoltà di imporre vincoli particolari per impedire la modificazione dei siti o divieti di introdurre oggetti incongrui all’ambiente sottoposto a pianificazione.

I vincoli, in ogni caso, vanno notificati a chi li subisce prima della loro operatività. E’ accaduto invece che dopo sette anni di silenzio e di sostanziale indifferenza si sia all’improvviso risvegliato lo zelo rigorista sulla buffer zone, mentre per tutto il tempo trascorso nessuno si è preoccupato di verificare lo stato di vulnerabilità sismica della chiesa longobarda o presunta tale.

Questa presenta rischi di crolli soprattutto a livello del tetto, non ben composto, e del timpano della facciata, non ammorsato, senza trascurare la labilità degli archi interni, stranamente poggiati su supporti non complanari.

Il paradosso di questo stato di cose sta nel voler tutelare cortine edilizie ottocentesche non solo di comunissimo stile eclettico, ma soprattutto testimonianza di speculazione ottocentesca attuata a danno dei bottegai del tempo e dei ceti meno abbienti, reiterando a distanza di più di un secolo le pressioni sui medesimi soggetti.

Tutto ciò per esaltare l’architettura di una chiesa la cui forma, a giudizio di studi più aggiornati, risulta molto dubbia per le eccessive manipolazioni subite negli anni cinquanta del Novecento. Sarebbe ora di affrontare serenamente questo irrisolto problema.

Si agisce, invece d’autorità mentre sarebbe più opportuna un’opera di approfondimento, di sensibilizzazione dei soggetti interessati e di collaborazione interistituzionale.

Non si dovrebbe puntare ad abolire i dehors ma, semmai, ad imporre per le strutture amovibili standard qualitativi omogenei e non stridenti con il contesto, tenendo anche conto che tali istallazioni richiederebbero solo l’attività edilizia libera per il loro requisito di reversibilità e stagionalità. E’ un procedimento non soggetto al parere della Soprintendenza.

Intanto, però, è stata presentata una denunzia alla Procura della Repubblica e questa ha chiesto e ottenuto il sequestro di una di queste istallazioni temporanee, costringendo il titolare dell’esercizio a reagire rivolgendosi al Tribunale del Riesame che ha annullato il provvedimento e al TAR e che ha sospeso l’esecutività del pareri della Soprintendenza. Il Comune di Benevento conseguentemente dovrà assumere in merito una posizione cauta e attendista.

Intanto il centro storico si va progressivamente spopolando e le attività commerciali stentano a sopravvivere. Molte si trasferiscono altrove. Se dovessero chiudere anche i bar si andrebbe verso un cimiteriale congelamento della vecchia città.