Suicidi e informazione: in quale maniera parlarne e perché. A cominciare dall'eutanasia

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Le seguenti riflessioni prendono le mosse dall'articolo del direttore “I suicidi non facciano più notizia e non si pubblichino più i loro nomi...” apparso su questa testata il 27 gennaio, e nascono essenzialmente dall'esigenza di problematizzare e approfondire alcune importanti questioni da esso sollevate.

Per iniziare, direi che già il titolo propone due spunti eloquenti, sebbene non paritetici sotto il profilo dell'immediata accettabilità. Infatti, se è vero che la tematica della tutela della privacy appare abbastanza comoda da accogliere, l'esortazione contenuta nella prima proposizione, invece, presenta delle implicazioni piuttosto spigolose, derivanti da una domanda implicita fondamentale: il suicidio fa notizia di per sé?

L'articolo di riferimento, cercando di arginare le sociologie rotocalchistiche/strumentali di firma cislina e il sempre verde sciacallaggio mediatico, si esprime, a tal proposito, sottolineando come solo l'eventuale morte autoinflitta di un personaggio di pubblico dominio possa considerarsi materiale idoneo a una successiva divulgazione. Ma, allora, il frequente inverarsi di una tendenza giornalistica di natura opposta è spiegabile semplicemente con il costume, a tinte necrofile, di certi organi di informazione, locali e no, oppure sottende quella spendibilità dell'argomento risultante da una sostanziale tabuizzazione del medesimo?

Il punto è che un suicidio, a prescindere dalla notorietà della persona coinvolta, soprattutto nell'epoca della rimozione della morte e relativa virtualizzazione, non può non far scalpore; senza considerare l'inarchiviabile shock che un simile gesto estremo, in qualsivoglia quadro socio-culturale o panorama storico, trascina comunque dietro di sé. Pertanto, stando così le cose, come ci si deve comportare affinché “i suicidi non facciano più notizia”?

Il problema, a mio avviso, non può risolversi facendo leva unicamente sulla sollecitazione a rispettare i codici deontologici, oppure sulla preoccupazione di scongiurare eventuali fenomeni emulativi. Poiché, lungi dall'attribuire uno spirito oscurantista alla “fustigazione” verbale contenuta nell'articolo del direttore, ispirata senz'altro all'equazione popperiana informazione/educazione, è comunque concreto il rischio, in linea generale, di far equivocare un'autocensura preventiva fondata su appropriate istanze etiche con un atteggiamento paternalistico, essendo i due modi di operare limitrofi o, in alcuni casi, addirittura indiscernibili: la libertà di informazione e la responsabilità di quest'ultima possono facilmente entrare in conflitto. Si pensi, ad esempio, a Charlie Hebdo, il quale si dichiara esplicitamente irresponsabile, e alle testate che hanno solidarizzato con lo stesso senza pubblicarne, al contempo, le irriverenti vignette per ragioni di quiete pubblica; per non parlare dei dossier di Wikileaks e degli incidenti diplomatici da essi provocati o provocabili.

Proseguendo nella disamina, ci sono, però, a mio avviso, almeno altre due ottime ragioni per non cedere a istinti allarmisti e autocensuranti: in primis, nella fattispecie, procurarsi la morte è la scelta più difficile che si possa compiere nel proprio arco esistenziale e, quindi, a prescindere dalla sperequazione nella distribuzione delle fragilità umane e dalle statistiche a supporto, mi sembra improbabile che un qualsivoglia articolo riportante accaduti di questo tipo possa automaticamente suggestionare comportamenti mimetici; secondariamente, l'allontanamento di eventi negativi dalla media-sfera, di qualunque entità essi siano, non credo sia giustificabile con il ricorso al “pendio scivoloso”, altrimenti anche le notizie sui pedofili, potendo risvegliare potenziali “amanti” dei bambini, andrebbero precauzionalmente oscurate, così come la barbarie perpetrata dall'IS dovrebbe scomparire dal nostro campo informazionale per non alimentare la generazione di focolai del fondamentalismo islamico presso gli stati occidentali.

In sintesi: a mio avviso, una verità, quantunque socialmente pericolosa, deve lo stesso venire a galla, preservando ovviamente, qualora ce ne fossero, l'irriducibilità sociologica delle vittime, com'è stato più volte rimarcato, e senza nulla togliere in termini di critica alla deprecabile deriva delle interpretazioni distorcenti a essa collaterali: un morto non può appellarsi alla par condicio.

In fine, tornando alla questione principale, ritengo che, per paradosso, sia proprio il non parlarne in maniera adeguata a far sì che il suicidio continui a fare notizia: per debellare la tendenza conclamata sarebbe forse necessaria una rivoluzione culturale in grado di modificare la percezione collettiva del gesto autoannichilente. E, in tal senso, contro la criminalizzazione della morte autoindotta, e dunque contro il suo potenziale scandalistico, già nel 1757, compare in forma anonima un saggio postumo di Hume sulla legittimità del suicidio razionale, nel quale il raffinato e acutissimo pensatore scozzese scardina l'idea del suicidio come atto contronatura, sottolineando come tutto ciò che si manifesta, di fatto, in natura non può che far parte automaticamente della stessa e ammettendo, al contempo, come la nozione di pervertimento dell'ordine naturale delle cose appartenga alla dimensione culturale e non a quella biologica.

In sostanza, se nel nostro paese si dibattesse seriamente, nonché pubblicamente, sulla regolamentazione giuridica del diritto morale a morire, come ad esempio nei casi di eutanasia, in termini di estensione del diritto di disporre in autonomia della propria vita e bypassando magari il concetto, figlio di un gravoso antropocentrismo biblico, della sacralità dell'esistenza umana, con ogni probabilità si creerebbe parallelamente anche lo spazio per un confronto preventivo in grado di attenuare il biasimo superficiale della collettività, nonché la attinente risonanza mediatica.