Sguera: in Europa la partita decisiva si gioca sul piano economico

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Da Nicola Sguera, docente del liceo classico Giannone di Benevento, riceviamo e pubblichiamo: "Caro Direttore, ho letto con piacere (come sempre!) la sintesi che l’amica e ottima collega Teresa Simeone (leggi) ha fatto dell’incontro con Massimo Adinolfi (nell’iniziativa promossa dalla Regione “Adotta un filosofo”, cui il Giannone ha aderito con entusiasmo). Nel corso della bella discussione seguita alla “lectio” di un filosofo sì teoretico, come da lui rivendicato, ma da sempre “impegnato” (come è doveroso che sia), io ho svolto la parte dell'"advocatus diaboli”, difendendo le ragioni della nazione.

Detta così può sembrar davvero brutta. Anche perché Adinolfi ha utilizzato uno schema manicheo in cui da una parte c’è la costruzione (artificiale) di un’impalcatura sovrastatuale, che superi secoli di scontri tra nazioni, dall’altra una visione organicista (romantica) di popoli resa tale dalla storia e dal sangue. È chiaro che, se così fosse, non ci sarebbe scelta. Invece, anche nell’imminenza delle nuove elezioni per il Parlamento europeo, mi piacerebbe una narrazione alternativa, più complessa (anche se, inevitabilmente, altrettanto “ideologica” e di parte).

L’Unione Europea è una costruzione, esattamente come lo Stato italiano (che non esisteva prima del 1861 e ci ha messo più di cinquant’anni a darsi una cultura condivisa). Essa ha prodotto risultati molto positivi (che ricordava anche Teresa), ma, nell’insieme, ha accettato la supremazia dell’economico (a partire dal quale costruire la cultura comune, la pedagogia comune, la Costituzione comune, per ora non pervenuti). Tale economico è stato declinato (come ripete da dieci anni circa Emiliano Brancaccio) sulla base delle esigenze franco-tedesche (un’Europa, dunque, “carolingia” vs. un’Europa “mediterranea”), drenando risorse dal Sud al Nord dell’Europa. Matrigna, dunque, più che madre per molti popoli, soprattutto “meridiani”, come amaramente scoperto dai Greci e, in parte, dagli Italiani. L’economia europea si è retta sul paradigma neoliberista (massimamente ideologico), trionfante sulle ceneri del keynesismo, che aveva supportato nei Trenta Gloriosi, politiche di redistribuzione e di welfare. Simbolo di questo trionfo il “fiscal compact”, inserito nelle Costituzioni europee, in Italia (2012) con l’avallo entusiasta delle sinistre.

L’Europa di Maastricht è in crisi. Questo è evidente. La narrazione gloriosa che ha accompagnato il dipanarsi di questo progetto è in crisi. Sicuramente la mistica della moneta unica ha rivelato il suo errore genetico. Lo stesso Adinolfi, riconoscendo tale crisi, l’ha difesa evocando scenari alternativi. Il limite maggiore, però, del suo intervento mi è parso quello di difendere l’Unione Europea solo dal punto di vista filosofico, riconoscendo la sua incompetenza in campo economico, dove invece si gioca la partita decisiva. Come non condividere il Manifesto di Ventotene, come non condividere il progetto europeo come costruzione di una “pace perpetua” di ascendenza kantiana? Ma è di altro che parliamo se, esercitando il sospetto, guardiamo la “struttura” economica su evocata. Che fare allora? Cedere ai sovranismi declinati inevitabilmente in chiave sciovinista e xenofoba?

Io non ho risposte soddisfacenti. Posso solo dire che ero convinto europeista e gli anni successivi alla crisi hanno rimesso in discussione questa fede. Non ho un’idea romantica ed organicista del popolo, ma credo che lo Stato nazionale sia storicamente l’unico organismo politico capace di attuare politiche di giustizia sociale, arginando l’illimite di una globalizzazione che è selvaggia perché tale si è voluto che fosse. Sto leggendo molto in merito, per esempio in questi giorni “Sovranità o barbarie. Il ritorno della questione nazionale” di Thomas Fazi e William Mitchell. Titolo provocatorio. Come provocatorio, immagino, risulterà il mio intervento, soprattutto ai lettori abituali di questa testata, che ha il merito di alimentare discussioni alte (e spesso altre rispetto alla pochezza della politica locale). Ho sempre amato le terze vie, sapendole (e sperimentandole!) pericolose. Continuo ostinatamente a farlo, senza fissa dimora politica, con più domande che risposte augurandomi di suscitarne in altri".