Libertà, democrazia, diritto e solidarietà: i valori dell'europeismo sono l'orticaria del sovranismo

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone

Provare a riflettere, controllando le pulsioni elementari, è esercizio sempre faticoso e impopolare: ne consegue che è molto più comodo, oggi, scrivere contro l’Unione Europea che a favore. Garantisce anche un’attenzione più alta: ne sono consapevole, come sono convinta che, quali che siano i risultati delle prossime elezioni, alla fine l’uscita dall’UE è più gridata che realmente contemplata come possibile.

Se si desse seguito alle istanze sovraniste che stanno montando come un’onda rovinosa, si arriverebbe allo smantellamento dell’UE, che sarebbe una vera iattura per tutti. Anche per quelli che oggi ne cavalcano il furore, più istintivo che eroico, per dirla con un grande del pensiero di cui proprio ieri si è ricordato il giorno della morte. Già perché, seguendo la logica, sovranismo ed europeismo sono assolutamente alternativi e non possono muoversi secondo la relazione dell’et-et, ma con l’inconciliabilità dell’aut-aut. La verità è che eccitare la folla con il ricorso al sovranismo, eufemismo contemporaneo per intendere il nazionalismo, che fa, invece, tanto passato post-bellico, è più conveniente che non difendere un organismo sovranazionale che, oggettivamente, e non ne facciamo mistero, ha mostrato debolezze e fragilità, ma che sarebbe folle abbattere e rifondare come qualcuno propone. Nemmeno si trattasse di un gazebo o di un soppalco!

Ormai è ampiamente diffusa l’idea che l’Unione Europea sia la causa di tutti i mali dell’Italia e che basti uscirne per ritornare all’età aurea (?) della sovranità nazionale: se si cancellassero i “vincoli europei”, disoccupazione, povertà e crisi economica scomparirebbero per magia e tutti saremmo felici e contenti.

Ma qual è la verità? Conviene o no rimanere in un’Europa di Stati? Ci sono dei dati incontrovertibili, universalmente accettati, sull’una o sull’altra opzione?

Ciascuno, in realtà, ha a disposizione una mole impressionante di articoli, saggi, libri a favore dell’una o dell’altra ed economisti, intellettuali, politici di riferimento a supporto della propria convinzione, chiuso all’interno delle proprie echo-chamber e dialoga solo con chi non avverte come una minaccia alle proprie narrazioni. Nicola Sguera, intellettuale impegnato ed ex consigliere, non esita a schierarsi, invece, sulle questioni e a dire la propria nelle occasioni che di volta in volta si vengono a creare. Lo fa anche stavolta (leggi).

Raramente ci siamo trovati d’accordo e non lo siamo neppure adesso ma questo non toglie, piuttosto aggiunge, vitalità alle nostre discussioni e personalmente arricchisce le mie riflessioni. L’ultimo argomento che ci vede coinvolti è quello su sovranismo ed europeismo: sappiamo bene entrambi, al di là delle belle intenzioni che si possano avere o delle necessarie ipocrisie che una discussione pubblica imporrebbe, che sono incompatibili e che su questa contrapposizione si giocherà il futuro della campagna elettorale per le elezioni di maggio. Secondo gli ultimi sondaggi i populisti sono in crescita, ovviamente, e il fronte sovranista è più forte che mai proprio in Italia. Nicola è manifestamente per lo Stato nazionale. Le remore di maggiore condivisione sono di matrice economica: ci si sente vessati da un’istituzione che si percepisce lontana, ingabbiata in vincoli di cui non si conosce il senso e che si vive solo nelle ricadute su un tessuto sociale già impoverito da una crisi internazionale, i cui effetti sulla nostra quotidianità chiedono, però, un responsabile. Tale responsabile è l’Unione Europea. La scelta di natura economica che ha guidato i primi trattati con cui si è avviata la costruzione del progetto europeo è considerata il peccato d’origine ma essa è stata intenzionale e rispondente alla necessità di rendere concrete le possibilità di un’intesa duratura nel tempo.

Quando il 9 maggio 1950, il ministro degli Esteri francese, Robert Schuman, nella sua famosa dichiarazione, propose una comunità che mettesse in comune la produzione di carbone e acciaio, formalizzata nei Trattati di Parigi del 1951 con la CECA, fu spinto dall’intento di creare le condizioni per impedire che si ripetesse un altro conflitto e che una guerra tra Francia e Germania, da sempre rivali (dal conflitto franco-prussiano del 1870-71 fino alle guerre mondiali), diventasse "non solo impensabile, ma materialmente impossibile". Oggi ci si scontra ancora, ma i conflitti avvengono a parole, non “nelle trincee”. La solidarietà di produzione, aperta ad altri paesi, come quelli fondatori, Italia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo, oltre, naturalmente la Francia, fu alla base dell’accordo che avrebbe costituito il nucleo della Federazione europea. Il Trattato di Parigi del 1957, firmato a Roma, portò, quindi, alla costruzione del mercato comune, CEE, e all’EURATOM, che con la CECA costituirono le fondamenta di quella che diventerà nel 1992, col Trattato di Mastricht, la CE, Comunità Europea, e nel 2007, col Trattato di Lisbona, l’Unione Europea. Gli interessi economici, però, non hanno sostituito gli altri principi ispiratori della comunità europea: si sono fusi con quelli di natura ideale espressi già da Mazzini nell’Ottocento, da Kalergi con il paneuropeismo, da Einaudi e dagli estensori del Manifesto di Ventotene, redatto nel 1941, proprio nel momento più difficile della Seconda Guerra mondiale, quando sembrava che il mostro nazifascista potesse annientare i popoli dell’Europa. Non tutti quei principi, magari, sono stati applicati, alcuni soffocati dalle ragioni del pragmatismo che la politica non solo determina ma di cui a volte necessita, ma è un fatto che il cammino che poi si è avviato ha tenuto presenti elementi ideali e necessità concrete, nel tentativo di far cooperare i popoli e stabilire pratiche comuni di convivenza.

Oggi, quella che il Fronte Sovranista Italiano, nato ufficialmente nel 2016, si pone, accanto ad altri movimenti e partiti, è “riconquistare la sovranità nazionale in ogni sua forma”, il che significa recedere, se la lingua italiana è ancora valida, dai trattati internazionali che sono alla base dell’UE. La questione è effettivamente complessa: sul piano giuridico, non mi azzardo in nessuna analisi dal momento che riguarda i concetti di “limitazione” e “cessione” di sovranità, richiamati dall’articolo 1 e dall’articolo 11 della nostra Costituzione, oggetto di studi che devono essere demandati a professionisti del settore. Dal punto di vista di un’elettrice che sarà chiamata a esprimere un voto, invece, posso e devo fare chiarezza in me stessa.

Sono un’europeista convinta.

Credo fermamente nell’Unione Europea e mi sento cittadina italiana ed europea, orgogliosa e fiera di far parte di una comunità le cui radici sono antiche e la cui cultura giuridica è consolidata da conquiste che ne fanno, come ha ribadito Adinolfi, il luogo del diritto. L’Unione Europea ha nel suo DNA i valori della libertà, della democrazia, del diritto e della solidarietà, che riconosce e tutela. Non è un caso se la UE è il primo donatore di aiuti umanitari e allo sviluppo del mondo. I punti di debolezza ci sono, nessuno li sottovaluta, e riguardano anche la costruzione di un sentimento di appartenenza europeo che si deve compiere e che deve fare i conti con quelli nazionali, che si fanno sempre più nazionalistici. I vantaggi dell’essere cittadini, però, forse si coglierebbero maggiormente se d’improvviso li perdessimo. È come la libertà di cui parla Piero Calamandrei nel famoso discorso agli studenti milanesi del 1955, a proposito della Costituzione: “La libertà è come l'aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent'anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai”.

Ecco, per me essere europea è un po’ come sentirmi libera.

La libera circolazione di beni, merci e persone ha cambiato radicalmente il volto dell’Europa: l’abolizione delle dogane e la formazione del mercato comune hanno creato un’area commerciale unica in cui non ci sono frontiere da attraversare, passaporti da controllare, permettendo di velocizzare le consegne e di ridurre i costi di distribuzione per le aziende e i prezzi per i consumatori. Anche le tariffe telefoniche si sono uniformate su tutto il territorio UE e dal 15 giugno 2017 il roaming per i soggiorni temporanei all’estero è stato definitivamente abolito, permettendo ai consumatori di utilizzare i loro dispositivi mobili alle condizioni stabilite dai rispettivi contratti nazionali. Sono diminuite le tariffe per l’energia elettrica e le stesse tariffe dei voli. Non solo, ma i viaggiatori che si muovono nella zona UE o che partono dalla UE hanno una serie di diritti che li tutela in caso di ritardi o cancellazioni di voli, smarrimento bagagli, soppressione di treni e di incidenti per i quali possono chiedere rimborsi, pernottamenti gratuiti, uso di taxi. Anche i prodotti sono più garantiti dalla normativa comunitaria: giocattoli, elettrodomestici, cosmetici, farmaci (il cui mercato è diventato più trasparente e competitivo, abbassando i prezzi), apparecchiature di ogni tipo sono soggetti a controlli che ne consentono un uso protetto. I commerci sono più sicuri, quelli fisici con regole di acquisto che consentono la restituzione dei prodotti difettosi, ad esempio, e quelli on line, migliorando il diritto di recesso. L’entrata nell’UE ha consentito, inoltre, di lavorare in qualsiasi paese membro a pari condizioni, con il riconoscimento dei titoli di studio e qualifiche professionali, secondo medesime norme sulla salute e sulla sicurezza nel luogo di lavoro, assicurando che siano applicate le regole minime per le ferie e il tempo libero; di godere di assistenza sanitaria, con una tessera introdotta nel 2004, grazie alla quale ogni cittadino europeo che sia fuori dal proprio paese ha diritto ad essere curato; di girare liberamente con la patente di guida del proprio Stato. Dal 2008 è stato introdotto anche un numero gratuito di emergenza, il 112, valido in tutto lo spazio europeo da digitare in caso di incidente o di aiuto. Per fronteggiare la crisi economica, l’UE ha proposto un piano di investimenti, il FEIS (Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici), per la modernizzazione di piccole e medie imprese, l’avvio di start-up per i giovani e il finanziamento di grandi progetti come la costruzione di strade e di infrastrutture. L’Italia beneficia, lo sappiamo, dei fondi strutturali che hanno finanziato progetti di ricerca, d’innovazione, di sviluppo e che sono stati fondamentali nel creare occupazione, diventando spesso l’unica possibilità per il Sud di superare il gap di sviluppo con le aree più ricche del paese. È stato grazie a tali fondi se sono state realizzate la Circumetnea, la Metro di Napoli, il Grande Progetto Pompei o la riqualificazione della Reggia di Caserta, per fare qualche esempio significativo.

Anche la moneta unica, tanto bistrattata, adottata da ben 19 stati su 28, ha il merito di essere stabile e di aver permesso di resistere alla crisi: ha inoltre facilitato i viaggi, rendendo possibili i pagamenti senza dover rivolgersi preventivamente a banche nazionali o cercare affannosamente agenzie di cambio, consentendo di abbattere i costi delle commissioni e dando modo al consumatore di confrontare immediatamente sul posto i prezzi, acquistando a quelli più bassi. Certamente ha prodotto pure irregolarità in settori poco controllabili e ha costretto gli stati membri a tenersi all’interno di certi parametri: non dimentichiamo, però, che l’euro è la valuta più forte insieme al dollaro e questo è senz’altro una garanzia di prestigio anche sul piano internazionale.

Forse il vantaggio più evidente dell’appartenenza alla UE riguarda i giovani e l’istruzione, con il programma per studenti, tirocinanti e lavoratori, Erasmus, che prende il nome da un grande umanista di respiro europeo. Grazie a tale programma, i nostri studenti, e non solo, possono viaggiare, confrontarsi con altre realtà universitarie, entrare in un circuito culturale più ampio e sprovincializzarsi. La UE finanzia anche attività di ricerca e di innovazione come il progetto Orizzonte 2020, che consente di mettere a disposizione della comunità scientifica europea i risultati conseguiti. Promuove l’arte in tutte le sue forme e valorizza con il titolo di Capitale europea della Cultura luoghi importanti come la bellissima Matera che, come le altre città designate negli anni, ha potuto beneficiare di rilevanti aiuti e finanziamenti da Bruxelles.

Evidentemente queste considerazioni non sono del tutto insignificanti e astratte se la Lega e il M5S, dopo l’antieuropeismo con cui hanno ottenuto molto del loro consenso, hanno ritrattato gran parte dei loro propositi e dichiarato con convinzione che non solo non vogliono assolutamente uscire dall’Unione Europea ma neppure dall’euro. Forse anche le difficoltà che il Regno Unito sta vivendo con la Brexit, e che stanno mettendo a rischio il governo May, hanno fatto ridimensionare, e di molto, toni e proclami iniziali.