Le mimose nei luoghi dove può annidarsi l'animale che si porta dentro il persecutore, lo stupratore, il femminicida

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Giusto per dire: si leggono oggi, ma sembrano scritti da sempre, ancora un paio di articoli (per tacere di un po' di violenza domestica nostrana). Con riferimenti ad altrettanti fatti di cronaca. Solite vittime: mogli o compagne, madri di figli. E fatti di Sicilia e Campania, ma puri casi geografici, visto che la mappa rosso sangue versato non ha confini territoriali delimitati. Corre su un binario parallelo il formalismo di giornata: la strage delle mimose per l'8 marzo. Aprono punti vendita 'pirata' - né mancano quelli ufficiali - di mazzolini, rametti, composizioni. Il loro profumo andrà ad ingentilire aule scolastiche, ambienti di lavoro, salotti di casa. Si, quei luoghi d'amicizia e d'affetti dove può annidarsi l'animale che si porta dentro lo studente, il collega, il familiare – persecutore o stupratore o femminicida.

Mettiamola così: dovrà pur esistere un diritto delle piante a non essere fatte oggetto di tagli spietati e messaggi falliti, simbolo forzato della festa perpetrata ogni giorno alla donna, ancora sotto il pollice di una ambigua politica, di ieri e di oggi, dominante e colpevolmente condivisa; di precetti religiosi che dispongono, abusandone, del suo corpo; di una società che avverte come dovere naturale quello di discriminare in diritti e opportunità.

Tra una diffusa e anche inspiegabile acquiescenza femminile e proverbiali ipocrisie maschili, fini o di grana grossa, la Giornata Internazionale delle Donne è chiamata a raccolta e invito alla lotta per scardinare innanzitutto il principio di 'gentilezza' legato all'osservanza stretta di un calendario che per gli altri 364 celebra i giorni della supremazia maschile. Strisciante. Immotivata. Violenta.