Le cinque prevalenti reazioni all'abbattimento dei pini al Viale Atlantici

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Soffia il vento, infuria la bufera. I cambiamenti climatici raccontano questo. Roma, Napoli e altri luoghi d'Italia ne hanno già pagato dazio, con numerosi alberi caduti e qualche vittima. Ovunque, nel tentativo di evitare di aggiungere altri ganci alla catena degli episodi drammatici, è partita la corsa alle contromisure, non senza eccessi di zelo e non senza spaccature nell'opinione pubblica.

Gli istituiti scolastici, ad esempio, vengono chiusi per vento forte con nonchalance, tra chi sostiene sia congruo, chi riscontra un'anemofobia epidemica nella pubblica amministrazione e chi sorride ripensando ai propri trascorsi liceali, quando nemmeno le tormente di neve turbavano il sonno degli addetti alla chiusura delle scuole e l'argomento “meteo assassino” sembrava una scusa tra le altre per scansare interrogazioni indigeste.

Anche gli alberi, di questi tempi, non se la passano benissimo. Basti pensare alla recente vicenda del Viale Atlantici, al secolo Viale degli Atlantici.

Si è parlato, in tal caso, di “processo sommario” ai 12 pini condannati a morte. E, in effetti, considerando le perizie supersoniche, in perfetto stile fast politics, e la mancanza di controperizie, l'espressione sembra appropriata: un intervento drastico, irreversibile, su una componente così caratterizzante di un frammento di paesaggio urbano dovrebbe essere compiuto sempre con cognizione di causa, vagliando tutte le possibili alternative, in primis, quelle meno impattanti.

Dovrebbe, appunto, ma niente da fare. Gli alberi ottantenni, patrimonio della memoria collettiva, sono stati abbattuti, in barba all'urbanistica ragionata e alle rumorose proteste.

A farceli dimenticare ci penserà la gigantesca operazione di silvicultura cittadina, sul modello milanese, annunciata mesi addietro dal sindaco Mastella: 300mila alberi da piantare per combattere le polveri sottili. Cosa volete che siano 12 pini in meno rispetto a una Benevento boschiva e virtualmente candidabile a nuovo polmone verde del pianeta?

Tuttavia, nel nostro piccolo, non conoscendo i dettagli della forestazione massiva mastelliana, a parte l'imponente cifra arborea, e non sapendo se la stessa si stia già radicando nel legnoso immaginario cittadino, ci siamo limitati ad appurare le reazioni prevalenti rispetto alla scomparsa dei pini, dato incontrovertibile.

I contrari più composti si sono dati alla malinconia, quelli meno composti alle imprecazioni; gli indolenti, per deformazione esistenziale, hanno mantenuto l'indolenza; i realisti tristi, o realtristi, hanno dispensato pacche sulle spalle a pioggia; in fine, i favorevoli compiaciuti, categoria di difficile comprensione anche per chi diffonde il verbo di Céline (“Proclamo alto e forte, emotivamente, tutto il mio marciume comune di Uomo, di destra o di sinistra. E questo non me lo perdoneranno mai”), hanno tentato la strada del proselitismo con gli indolenti, enfatizzando urbi et orbi il loro vissuto ex post e non rinunciando ad argomentazioni dal taglio gestaltico: “Tutt' stu burdell' e nisciun' se n'è accuort', stann' ancor' loc, 'u vi' (esse est percipi). Cu' tutt' sti pin', tre o quatto e meno, nun s' not' proprio (la Gestalt, di cui sopra). Tutt' u' blocc, so' pini marittimi. E tu vir' o mar' cca? I pini marittimi fossero u' simbol' del viale Atlantici, ussie'! (la questione dello ius soli è delicata anche per i pini...)”.
Filastrocca finale, dalla penna di Bertrand Russell:
Si stupiva un dì un allocco.
“Certo Dio trova assai sciocco
che quel pino ancora esista
se non c'è nessuno in vista”.

“Molto sciocco, mio signore,
è soltanto il tuo stupore.

Tu non hai pensato che
se quel pino sempre c'è
è perché lo guardo io.
Ti saluto e sono Dio”.