L'acqua amara di Benevento: chi ha tradito chi? Alla faccia del referendum...

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Se non tocca scoprirne la forma (a svelarla ci ha pensato già Andrea Camilleri), oggi è possibile conoscerne il sapore: il sorso d'acqua beneventano, infatti, ha un retrogusto amaro. Più che i sali minerali poté la seduta Consiglio comunale del 22 marzo, in particolare dopo il via libera alla modifica dell'articolo 3 ("emendato con la durata degli accordi sino al 2050", ha scritto LabTv) dello Statuto di Gesesa, la società per azioni che gestisce il servizio idrico integrato a Benevento e in provincia, partecipata – in minoranza - dal comune cittadino e dalla multiservizi Acea.
Tale Spa, secondo il deliberato consiliare, ha vita più lunga, a tutto il 2050. E, fino ad allora, non vorrà certo... contraddire lo scopo della sua esistenza, per definizione (lucro): produrre utili attraverso l'attività economica, da redistribuire ai soci.

Le cronache del giorno dopo parlano di delibere solo “tecniche” e di strumentalizzazioni politiche venute durante e al termine di una seduta di Consiglio movimentata, nel dibattito fra maggioranza (sempre più schiacciante: Aversano in aggiunta ufficiale) e opposizione (sempre meno frequentata) e dalla presenza degli attivisti dei comitati civici e delle associazioni battutisi e che si stanno battendo per l'Acqua Bene Comune. Perché, infatti, giova ricordare che a Benevento (novembre 2018) è stato lanciato un referendum “sulla riaffermazione del concetto che l'acqua sia un bene comune e che dunque su di essa non si faccia profitto”; un referendum previsto dallo Statuto comunale per il quale sono state raccolte le firme necessarie alla sua celebrazione, nei fatti impedita dall'assenza del regolamento attuativo dello stesso che la Commissione consiliare Affari istituzionali si era ripromessa di varare, senza ad oggi approdare a nulla; un referendum per il quale anche “il sindaco ha manifestato interesse” (Gazzetta di Benevento, 9 novembre 2018).

Un referendum che, all'insaputa di molti, tanti, tutti, in realtà e senza la necessità di alcun regolamento attuativo si è invece tenuto. Proprio il 22 marzo, a palazzo Mosti.

"Volete voi che il gestore unico del servizio idrico integrato per il territorio comunale di Benevento rimanga integralmente in mano pubblica, senza mai concedere la possibilità di partecipazione da parte di soggetti privati?": questo era (ed è, o meglio sarebbe stato) il quesito, predisposto da Alberto Lucarelli, docente universitario di Diritto Costituzionale all'Università "Federico II" di Napoli, che i promotori del referendum consultivo locale si proponevano di sottoporre all'attenzione dell'opinione pubblica, chiamando i cittadini di Benevento a esprimersi, senza peraltro creare alcun vincolo per la Giunta Comunale a guida Mastella trattandosi solo di un referendum consultivo, ovvero uno strumento utile appunto a conoscere il parere della popolazione su una determinata questione.

Oltre i tecnicismi e le strumentalizzazioni politiche, che vogliamo pur lasciar perdere, prolungando la vita di una società per azioni al 2050, partecipata dal Comune di Benevento che da essa ricava utili, i diciannove voti a favore della delibera consiliare da parte della maggioranza mastelliana permettono - per quanto sulla carta (a loro dire) - che il servizio idrico non rimanga integralmente in mano pubblica per una trentina di anni ancora. Dunque, senza la necessità di conoscere il parere della popolazione in 19 hanno respinto, nei fatti, il quesito referendario. Una percentuale magari un po' ridotta… rispetto alla possibile platea cittadina di votanti (per tacere delle tre migliaia di sottoscrittori e passa).
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P.S. Una similitudine per i cattolici della maggioranza (tutti): il rito della “acqua amara” (Bibbia, Libro dei Numeri – 5) era un rito simbolico per testare l'infedeltà. Chi ha tradito chi in questa storia?