La complessità della storia della chiesa di Santa Sofia: meno influenza longobarda, più cultura benedettina. L'indagine di Franco Bove

- Cultura Spettacolo di Alessio Zarro Ievolella

E’ stato presentato, nella Sala Consiliare della Rocca dei Rettori di Benevento, il nuovo libro di Franco Bove: “La Chiesa di Santa Sofia in Benevento. L’invenzione storiografica del magistero architettonico longobardo”, edito dal Centro Culturale di Campolattaro per lo Studio della Civiltà Contadina nel Sannio. Si tratta di un’indagine volta a ricostruire la storia architettonica dell’importante monumento beneventano, inserito nel patrimonio dell’Unesco e considerato una delle massime testimonianze dell’arte e della cultura longobarda, per ridimensionare proprio quell’esaltazione della longobardicità che ha preteso di restituirne la fisionomia autentica. Sono intervenuti, oltre all’autore, il professor Mario Iadanza, storico della Chiesa, e Annibale Laudato, presidente dell’Istituto di Campolattaro.

La storia della chiesa di Santa Sofia, secondo Franco Bove, è molto più complessa di quanto non sia stato comunemente messo in luce finora in ambito storiografico. Le modifiche che l’hanno interessata nel corso del tempo rendono difficile dedurne l’impianto originario, per come doveva apparire nel secolo VIII, all’epoca della sua fondazione. Certo è che nel corso del ‘900 si è data una fuorviante lettura longobardizzante, a cui è seguito un relativo restauro, che a detta dello studioso non può essere supportata dall’analisi architettonica. All’inizio del secolo scorso - ha spiegato Bove - la chiesa era ignorata dai principali studi nazionali ed europei. Fu soprattuto grazie all’interessamento di Emile Bertaux e di Emilio Lavagnino, che venne posta sotto i riflettori come esempio della genialità costruttiva longobarda. “In quel periodo nasce l’idea del magistero barbarico, come irruzione nel mondo romano di un nuovo sangue vitale che fa rinascere ciò che era morente”.

Ma ciò che essi videro non era più la chiesa longobarda, bensì già il prodotto degli interventi orsiniani settecenteschi, che adeguarono l’edifico alle direttive del concilio tridentino. Nel secondo dopoguerra, poi, il rinnovato interesse per la cultura medievale da un lato (che voleva porsi in antitesi rispetto alla romanità del periodo fascista) e la caduta degli intonaci provocata dai bombardamenti dall’altro, che rivelò alcuni affreschi nascosti, spinsero verso un restauro (1951-1960) che mirava a ripristinare l’originaria fisionomia longobarda. Ma l’ingegnere Antonino Rusconi, direttore dei lavori, oltre a procedere alla stregua dei metodi archeologici fascisti, ovvero raschiando tutto ciò che non sembrava riconducibile - in questo caso - al periodo medievale, commise numerosi e gravissimi errori tecnici, sia dal punto di vista architettonico-strutturale che da quello storico-archeologico.

“Se questa operazione fatta dall’ingegner Rusconi l’avessi fatta io - ha detto Bove - mi avrebbero arrestato, ma nessuno si oppose perché si trattava di portare la cultura longobarda beneventana all’attenzione degli studiosi e del pubblico, anche aggrappandosi a illusioni”.

Nella sua ipotesi ricostruttiva, Bove ha invece concentrato l’attenzione su alcuni elementi architettonici che sono stati per lo più trascurati. Uno è la questione della doppia chiesa: “E’ probabile che in origine vi fossero due edifici contrapposti, come testimoniato da una miniatura, che vennero poi destrutturati nei secoli X e XI. Ciò che rimane oggi è solo il martyrium, ovvero il luogo in cui venivano depositate le reliquie”.

Altro elemento rivelatorio è il monastero annesso, che si sarebbe progressivamente costituito sui resti di una domus romana. Secondo Bove, dunque, l’architettura della chiesa di Santa Sofia non può essere in alcun modo attribuita a una presunta peculiarità e genialità costruttiva longobarda, ma sarebbe piuttosto riconducibile alla cultura benedettina e alla tradizione architettonica classica.

Mario Iadanza ha espresso perplessità rispetto all’influenza della cultura benedettina, non ancora pienamente affermata all’epoca di Arechi, e ha fornito alcune direttive storiche riguardo al periodo della costruzione, rimarcando come il fattore religioso sia stato assolutamente determinante rispetto a quello politico. “L’ipotesi ricostruttiva di Franco è suggestiva e supportata da profonde conoscenze architettoniche, ma a mio modo di vedere ha bisogno di ulteriori approfondimenti, di un approccio multidisciplinare, di incrociare differenti studi e reperti”. Iadanza si è comunque complimentato con l’autore, auspicando che alla sua ipotesi vengano addotti sostegni ulteriori. Ha inoltre sottolineato, a conferma della tesi portante del libro, come la prassi di effettuare rigide distinzioni etniche nella ricostruzione storica sia da accantonare: “La storiografia odierna sottolinea, in quelle che una volta si chiamavano le invasioni barbariche, il fattore culturale. I Longobardi della fine dell’ottavo secolo erano semplicemente gli abitanti di Benevento, le popolazioni indigene che vivevano sotto il diritto longobardo. Togliamoci dalla testa l’enfatizzazione della longobardicità”.

Le conclusioni sono state affidate ad Annibale Laudato, che ha denunciato un disinteresse nei confronti di Santa Sofia rispetto al passato, esortando a una più decisa valorizzazione culturale e turistica: “Oltre agli storici dell’arte e alle istituzioni competenti, devono essere soprattutto i beneventani a farsi carico di questa promozione. Ne va della storia di questa città, che attualmente è emarginata rispetto ad altre come Salerno. Benevento si è un po’ adagiata su quello che si faceva una volta e poi nient’altro. C’è bisogno di una carica nuova”.