Il mito costruito intorno alla chiesa di Santa Sofia di Benevento e la svolta nel saggio di Franco Bove

- Opinioni di Riccardo Valli

L’autore ha scritto queste righe in occasione della presentazione del nuovo studio di Franco Bove sulla Chiesa di Santa Sofia in Benevento (NDD).
Vorrei partire dalle righe conclusive dello studio di Franco Bove sulla chiesa di s. Sofia in Benevento dove l’Autore, riferendosi alla mostra napoletana sui Longobardi tenutasi lo scorso anno, riporta il giudizio sulla chiesa in oggetto enunciato da Alessia Ferisetti, autrice di uno studio concernente l’architettura e le tecniche costruttive nell’Italia longobarda contenuto nel ricco catalogo della mostra stessa, la quale seccamente definisce l’edificio sacro beneventano come “ un ponte tra la cultura longobarda e quella bizantina”. Siamo ben lontani dalle valutazioni espresse da diversi studiosi i quali sulla fine degli anni 90 del secolo scorso parlavano della “straordinaria articolazione delle volte su colonne e pilastri e la cavità della cupola” che restituivano all’interno del tempio “l’impressione di una grande tenda con teli di copertura ondeggianti su pali di sostegno”; con la conclusione che “l’edificio realizza una straordinaria sintesi culturale, qualificandosi come modello attraverso il quale intendere sia i diversi aspetti dell’integrazione fra cultura antica e civiltà germanica, sia le peculiarità (…) dell’architettura del tempo, le cui espressioni sono tali da giustificare la creazione del capolavoro avvenuta con il contributo ideologico di un illuminato sovrano longobardo. (Citazione da: Marcello Rotili, in Atti delle V Giornate di studio sull’Età Romano-barbarica – Benevento, 9-11 giugno 1997, (pp. 13-14), Napoli 1998).

Bove con lucida concisione spiega le ragioni di tanta diversità: “E’ questo un segno abbastanza chiaro del declino del mito costruito intorno alla chiesa beneventana”.
Io tenterò di ricostruire sommariamente come e perché questo mito nasce. La sua data di nascita si può collocare fra gli anni 20-40 del secolo scorso, come ben documenta Bove nelle pagine iniziali del suo lavoro. Sono gli anni, specie quelli di fine periodo in cui, soprattutto fra gli storici dell’arte, si sviluppa la linea interpretativa contenuta nel celebre testo del grande studioso austriaco Julius von Schlosser “Magistra Latinitas und Magistra Barbaritas (1937)”. In sintesi, si sosteneva che la civiltà oramai declinante dell’impero romano avesse ricevuto nuova linfa dai “barbari” i quali, a loro volta, avevano dall’incontro tratto alimento della loro capacità creativa e tradotto la loro atavica fierezza in civile senso della “natio”. Non si trattava certo della riedizione del mito roussoviano del “buon selvaggio”, ma casomai la ripresa e quasi una ridefinizione dell’interpretazione che il Romanticismo aveva fornito del Medioevo e della nascita delle Nazioni. Ma nell’età dei nazionalismi moderni su questa linea di apertura fece presto aggio la costruzione del mito ideologico della superiorità razziale di un popolo, sostanzialmente quello germanico, i cui ideatori scoprirono una longa manus addirittura in Cornelio Tacito. Il grande storico latino, infatti, nell’opera intitolata De situ et moribus Germanorum fornisce un’ammirata descrizione delle popolazioni germaniche mettendone in rilievo, tra l’altro, la moralità (boni mores), l’incorruttibilità, la fierezza bellicosa, la forza fisica, tutte qualità che fanno difetto - benché Tacito non lo dica esplicitamente…- al popolo romano. E conclude (c.33): “maneat, quaeso, duretque gentibus si non amor nostri at certe odium sui, quando urgentibus imperii fatis nihil iam praestare fortuna maius potest quam hostium discordiam” (Prego che permanga e duri in quei popoli se non l’amore per noi, almeno l’odio fra di loro, perché nella minaccia fatale che incombe sull’impero la fortuna non può offrirci nulla di meglio che la discordia fra i nemici).

Ma ora, poiché non è tempo di discorrere su Tacito, torniamo al nostro ragionamento. Non intendo affermare che in Italia, almeno nel mondo degli storici dell’arte, prese piede l’interpretazione appena accennata del ruolo e della funzione delle popolazioni barbariche, ma certo l’invasione dei Longobardi e il loro dominio nella penisola durato all’incirca due secoli ben si prestavano a fornire un esempio attendibile della vitalità e dell’inventiva barbarica esplicatasi nel cuore stesso del defunto impero romano, e ciò in maniera plastica nell’architettura.
Tuttavia, gli orientamenti storiografici più recenti e maturi ( penso in particolare a quanto scritto da Stefano Gasparri nel capitolo introduttivo dell’edizione delle Leges Langobardorum [Viella,2005]) vanno nella direzione quantomeno di rivedere il fondamento di talune acquisizioni relative alla penetrazione delle gentes germaniche nelle strutture territoriali dell’impero romano. E’, infatti, opinione ormai comune che se da un lato i nuovi regni altomedievali formatisi dopo le invasioni barbariche non rappresentano la prosecuzione dell’eredità romana, dall’altro essi non possono essere considerati come continuazione della società e della cultura dei Germani conquistatori. Queste, in realtà, erano venute dissolvendosi quando avevano incontrato la società e la cultura dei popoli conquistati che potevano contare su strutture solidissime e consistenti quali l’organizzazione cittadina, la scrittura e la religione.

Scrive Stefano Gasparri: “La cultura scritta di matrice romano-cristiana, nata e cresciuta in ambiente cittadino, è in effetti la prima responsabile del superamento dello stadio “tribale” da parte delle popolazioni germaniche stanziatesi nei paesi mediterranei (…) Nella religione ( la struttura stessa della Chiesa) come nella politica ( l’idea di sovranità) o nella società (la nuova e più articolata gerarchia sociale, il possesso individuale di terre, uomini e case), molti elementi dell’articolazione del mondo altomedievale possono essere ricondotti, in ultimo, al trionfo di alcuni principi sostanziali di origine antica.”.

Nell’interpretazione del mondo germanico, è chiaro che vi sia stato uno sforzo per cercare di superare i condizionamenti imposti dagli elementi culturali, che abbiamo visto, estranei a quel mondo, e di recuperare per quanto possibile le fonti che potevano parlare indipendentemente e senza mediazioni. Da qui il grande successo dell’archeologia che si pensava potesse offrire dati genuini e capaci di restituire squarci ampi della cultura germanica originale.
Le indagini archeologiche svolte soprattutto nel campo degli edifici di epoca longobarda hanno però dimostrato la complessità e, se vogliamo, la stratificazione culturale che è sottesa a questi monumenti, sicché essi non possono essere assunti sic et simpliciter come testimonianza della cultura di origine del popolo longobardo. Giova, a questo proposito, riportare l’affermazione di Jörge Jarnut (in Storia dei Longobardi, Torino 1995, pp.131-32) circa l’arte figurativa cosiddetta longobarda, ma che può essere tranquillamente sovrapposta anche ad altre manifestazioni del campo culturale: “Parlare di arte longobarda (…) può oggi solamente ancora significare prendere in considerazione un’arte che nel regno longobardo è stata creata, su incarico di Longobardi, da artisti la cui appartenenza etnica non è accertabile e che sicuramente non aveva importanza per i committenti.”.

In questa prospettiva si inquadra il discorso sulla chiesa beneventana di Santa Sofia egregiamente svolto da Franco Bove che analizza momenti e criteri del controverso intervento di restauro il quale ha contribuito non poco a rendere difficoltosa sia un’analisi stratigrafica come anche una lettura coerente del monumento. Merito precipuo di questo studio di Bove è quello di proporre una convincente ipotesi sulla struttura e sulla destinazione originaria del monumento, con un obiettivo ben preciso: innanzitutto mettere in sicurezza l’edificio la cui copertura appare sismicamente vulnerabile, e poi ridefinire sul piano storico le sue funzioni e il suo significato.

Discorrendo con l’Autore mi è parso di cogliere una sua certa qual preoccupazione sulle reazioni che seguiranno a questo studio, nel senso che esso potrebbe apparire come un tentativo di sminuire l’importanza storica e culturale del manufatto. Al contrario, esso è il modo più giusto e corretto di rilanciare l’immagine di Santa Sofia, di ribadire il suo grande significato di ponte tra Benevento e Bisanzio e di rileggere in questa chiave anche alcuni aspetti della politica di Arechi II. E il mio augurio è che a questo libro giungano presto i meritati apprezzamenti da parte degli studiosi.