La fortuna con la 'effe' minuscola: Marcolfa nella città papalina e la leggerezza della Solot

- Cultura Spettacolo di Alessio Zarro Ievolella

La Solot Compagnia Stabile, in co-produzione con I due della città del sole, ha messo in scena, al Mulino Pacifico di via Appio Claudio di Benevento, “La Marcolfa” di Dario Fo, commedia in atto unico rivisitata e tradotta in vernacolo beneventano. Lo spettacolo, diretto da Michelangelo Fetto e interpretato da Antonio Intorcia, Michelangelo Fetto, Rosario Giglio, Massimo Pagano, Assunta Maria Berruti e Carlotta Boccaccino, aveva già debuttato in città l’anno scorso nell’ambito del festival “Porti di Terra”, ed è stato di nuovo accolto positivamente da un pubblico numeroso e molto divertito: “Siamo orgogliosi del messaggio che porta - ha detto Michelangelo Fetto -, usando leggerezza, nel senso calviniano del termine, quando leggerezza non è intesa come superficialità. E’ uno spettacolo che abbiamo fatto per combattere quella piaga che sta distruggendo anche la nostra città, che in proporzione al numero di abitanti è una di quelle che gioca di più. E per me il gioco d’azzardo è anche quello dello Stato”.

Ma se la pièce è incentrata sulle vicende e sugli intrighi innescati da un biglietto della lotteria apparentemente vincente, ciò è compreso in un più ampio quadro allegorico in cui vengono fuori l’attendismo, la passività e l’impotenza del popolo, sottomesso allo sfruttamento e alla prevaricazione dei potenti. Non è un caso, infatti, che l’ambientazione sia l’Italia risorgimentale del 1848 - la Benevento papalina, nel riadattamento della Solot -, anno in cui la sollevazioni popolari minarono la persistenza dei governi reazionari in tutta Europa, per poi essere brutalmente represse.

Marcolfa è la governante brutta e malandata del Marchese di Trerate, nobile “disgraziato”, indebitato fino all’osso, che ha sperperato l’enorme patrimonio di famiglia nel gioco d’azzardo. Egli ha due amanti, la principessa e Teresa, moglie di Giuseppe il fattore che a sua volta è creditore del Marchese. Sfruttata, insultata e vituperata quotidianamente, la povera Marcolfa trascorre le giornate occupandosi della decadente magione del suo padrone, dove ormai quasi tutto è stato pignorato dai creditori, e affaccendandosi per coprire le sue meschinità.

Fidanzata col tuttofare Francesco, che però si dimostra restio a sposarla, Marcolfa ha l’abitudine del gioco, ed è convinta che solo un’occasione fortunata possa salvarla dalla sua miserabile condizione. Ed è proprio un biglietto della lotteria il catalizzatore che rivela le debolezze e le storture del carattere dei personaggi. Quando il Marchese e Giuseppe apprendono casualmente dal giornale che i numeri giocati da Marcolfa sono vincenti per un cifra esorbitante, cominciano le loro manovre per accaparrarsi la mano della fortunata (di fatto ignara). La disgraziata cade vittima delle moine dei sedicenti pretendenti, che però alternano, alle parole melliflue, gesti di repulsione estetica e olfattiva nei confronti della domestica.

Il ritmo della commedia è incalzante, scandito da una comicità fisica oltre che verbale, da equivoci e gag gestuali, eseguite con perfetta sincronia dagli esperti attori della Solot. Alla fine si scopre che il biglietto non è realmente vincente, e che l’intera vicenda è frutto dell’inganno di Francesco, che ha voluto impartire una triplice lezione al Marchese, a Giuseppe e alla sua amata. Marcolfa e Francesco sono entrambi popolani, mentre Giuseppe sta più sul versante della piccola borghesia, che ha un certo margine d’azione per la propria ascesa sociale. Marcolfa è l'emblema del popolo che subisce, costretto a patire i calcoli e i capricci dei potenti, i cui intrallazzi si estendono fino a impossessarsi perfino della sua vita amorosa.

Di animo buono, ella accetta la proposta di Giuseppe soltanto perché è convinta di non recare alcun male a Francesco, ed è talmente ingenua da credere che i pretendenti siano davvero caduti vittima della sua bellezza, o da dar via il biglietto vincente per un vestito da sposa. E’ completamente in balia del fato - come le rimprovera Francesco, per cui invece ognuno si fa con la propria volontà. Quest’ultimo è il tipico servitore scaltro, pronto a beffarsi del padrone alla prima occasione, facendo valere la propria intelligenza. Egli si crede un uomo libero, e agisce come tale, riscuotendo inizialmente successo. Tutti cadono vittima del suo imbroglio, ma l’intelligenza e l’ostentata libertà non possono a loro volta nulla contro l’inevitabile fato che l’allegoria della commedia riserva alla classe popolare.

Il colpo di scena finale, infatti - in cui il biglietto, appena strappato da Francesco, si rivela davvero vincente -, seppure comico, reca un elemento di profonda amarezza: non - come detto da Francesco - che il popolo non possa sperare nell’occasione fortunata, ma che nemmeno la fortuna, qualora si presenti, sia capace di ribaltare la sua condizione. O peggio - l’ambiguità sussiste - è meglio accettare l’immutabilità della propria miseria e attendere disperatamente un colpo di fortuna, piuttosto che affaccendarsi inutilmente, come fa Francesco, per emanciparsi.

Solo il Marchese, nonostante sia stato sopraffatto nell’intelligenza, e non abbia fatto altro che perseguire egoisticamente il proprio interesse materiale (perfino quando la principessa gli offre la mano, sul finale, egli accetta solo dopo essersi assicurato che fosse accompagnata dall’opportuna dote), esce dalla vicenda avendo guadagnato la propria riabilitazione economica e nobiliare. Mentre agli altri personaggi non resta che consolarsi con il soddisfacimento delle necessità fisiologiche - l’amore e il cibo -, a ciascuno secondo la propria disponibilità.

Una vecchia ironia, dunque, che poi è sempre attuale, ribadita nella canzone finale: Chi la vole cotta e chi la vole cruda, ma la storia è semp’a stessa…Chi nasce signore, semp’ signore more; chi nasce pezzente, ‘e pezze ngul s’arritrova!