La scuola ‘Torre’ da abbattere: Benevento valorizzi i segni positivi della propria esistenza, demolisca quelli sbagliati

- Politica Istituzioni di Raimondo Consolante

La demolizione della Scuola Federico Torre, situata nel rione Mellusi, a causa di una vulnerabilità sismica riscontrata e ad un’analisi costi \ benefici che suggerisce un intervento di sostituzione, piuttosto che di ristrutturazione, merita alcune riflessioni. Perché il progetto presentato dal Comune di Benevento alla Regione Campania, con una richiesta di finanziamento decisamente importante (più di 13 milioni di euro) al fine di una profonda ristrutturazione urbana di tutta l’area, abbatte uno degli edifici scolastici più belli costruiti nel capoluogo sannita nel secondo dopoguerra, soprattutto con un disegno rigoroso dei prospetti sul fronte strada. Una struttura che negli anni ’60 del Novecento era stata completamente riprogettata da Vincenzo Miccolupi, certamente l’architetto beneventano più importante tra gli anni ’30 e ’70 del secolo scorso. Un edificio tardo razionalista che recentemente è stato annoverato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali tra le architetture di qualità di interesse nazionale, come da censimento promosso dalla Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee.

Non è di oggi, in campo scientifico, la riflessione sulle problematiche che l’architettura del cemento armato presenti in termini di efficienza strutturale nella lunga durata, da qui complesse e costose tecniche di ripristino, rigenerazione e restauro delle stesse. Messe a punto anche nella consapevolezza che la demolizione di un edificio, a volte necessaria e comunque troppo poco praticata in Italia, può essere scongiurata di fronte a opere che per qualità storica, documentaria e architettonica meritano, da parte della comunità e quindi delle istituzioni che la rappresentano, un impegno di risorse adeguato a una loro pur onerosa salvaguardia.

Pertanto ci si interroga, nel caso specifico come in altri pure paventati, se l’analisi costi \ benefici abbia preso in considerazione il valore dell’immobile in questione, oppure si sia fermata a un doveroso e imprescindibile accertamento della sua efficienza strutturale ed energetica. Un’indagine più ampia quindi che, si badi, sarebbe un atto necessario da compiere mai per eludere o compromettere gli standard di sicurezza stabiliti dalla scienza e dalle norme tecniche (la salvaguardia della vita umana è al di sopra di tutto), piuttosto per nobilitarli, per inserirli in una valutazione di più largo respiro, legata alla salvaguardia dei valori della nostra modernità, parte integrante di quella che - non dimentichiamolo - resta una straordinaria opera collettiva: la Città.

Il tema dell’edilizia di sostituzione nel contesto della città europea è questione centrale dell’architettura e dell’urbanistica del nostro secolo. Va affrontato con capacità decisionale, qualità progettuale, e quindi ancor prima con avvedutezza piena delle scelte da operare. Nella consapevolezza che la salvaguardia del fattore umano, finalità prima di ogni azione di governo, non prescinde certo dalla sicurezza ma neanche dal valore dell’identità dei luoghi che sempre rende preziosa la vita delle comunità. Nulla è immutabile e le città sono eternamente votate alla loro modificazione. E anzi, i limiti delle città italiane contemporanee sono quelli di non aver saputo rappresentare, se non troppo sporadicamente e timidamente, il nostro tempo, preferendo a questo la debordante cementificazione del paesaggio, di conseguenza l’anti modernità e l’insicurezza. È quindi proprio la nostra storia recente che ci inchioda a un’assunzione di responsabilità quanto più completa e rigorosa possibile.

Nel 1996 l’Ordine degli Architetti di Benevento, con grande lungimiranza, organizzò una mostra e dei dibattiti sulla Tutela del Moderno. Come spesso ci racconta la storia di Benevento, quei discorsi così avanzati sono andati perduti tra i rimpianti del non fatto o peggio del fatto male. L’incredibile sfregio subito dal Bar della Villa Comunale progettato negli anni ’30 da Frediano Frediani, il frettoloso restauro di un gioiello razionalista come la Colonia Elioterapica a rione Ferrovia con il mancato ripristino dell’originario prospetto verso il giardino interno, la sostituzione inopinata dei lampioni di Luigi Piccinato al Viale degli Atlantici, sono alcuni dei casi più dolorosi di interventi senza discernimento cui poi si aggiungono la patologica mancanza di manutenzione e perfino il repentino abbandono di opere pubbliche inaugurate: un cupio dissolvi da lasciare senza fiato. Ma oggi, più che mai, chi ha la fortuna e l’onore di mettere a servizio della comunità il proprio operato, ha l’onere di perseguire la più nobile delle capacità: rendere chiara e plausibile la piena motivazione delle proprie scelte. I ragazzi vadano a scuola con la certezza di trovarsi al sicuro. La città valorizzi i segni positivi della propria esistenza, demolisca quelli sbagliati.