Ancora sulla scuola "Torre" da abbattere: la perdita del 'grund', il posto che ci fa ancora amare il quartiere e ce lo rende ancora riconoscibile e familiare

- Opinioni di Massimo Simeone
L'istituto comprensivo Federico Torre, in via Nicola Sala a Benevento
L'istituto comprensivo Federico Torre, in via Nicola Sala a Benevento

Voltan abandons the Earth
"Quick Voltan, it is going to explode!"
"Too bad, Wanda, it was a nice place where to live"
Voltan abbandona la Terra
"Presto, Voltan, andiamo via! La Terra sta per esplodere!"
"Che peccato doversene andare, Wanda... Era davvero un bel posto dove vivere..."

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È da oltre un decennio che si parla di demolire la scuola 'Federico Torre' adducendo a motivazione la fatiscenza dell'edificio e l'antieconomicità del recupero, ma anche e soprattutto, a ben vedere, l'esigenza di una razionalizzazione dell'area che sarebbe dovuta passare per la riedificazione della scuola nella zona tra Via Nenni e Via Pascoli e per la creazione, nello spazio liberato dalla Torre e anche dalla vicina scuola elementare Nicola Sala, se ben ricordiamo, di una grande piazza con spazi verdi destinata a costituire il luogo di aggregazione per eccellenza del quartiere e il suo polmone verde.

In realtà, sempre se ben ricordiamo, l'uso della piazza che di fatto veniva prefigurato era quello di ospitare 'dignitosamente' le 'bancarelle' della festa di San Gennaro e di quella del Sacro Cuore, col corredo di giostre e altri baracconi che questi eventi richiamano (mettendo, già allora come ora, a dura prova la serenità dei residenti più prossimi); e quello di ospitare non meglio identificati 'servizi urbani', da dimensionare a misura del 'vasto' quartiere che, puntualizzavano i fautori del progetto, si stende da Piazza Risorgimento fino a Via Delcogliano.

Tra questi servizi urbani, poi, l'unico che fin dall'inizio veniva chiaramente nominato era un parcheggio interrato, sia pur 'tra parentesi', e quasi mimetizzato, per così dire, tra i frondosi rami carichi di uccelli cinguettanti che l'immagine del 'polmone verde' evocava agli stressati abitanti del quartiere, assediati già allora come ora dalla cementificazione di ogni minima area libera e dal traffico caotico, e avvelenati da polveri sottili costantemente al di sopra dei limiti di guardia.
I più attenti, peraltro, capirono subito che il parcheggio, anzi i 'parcheggi interrati' che gli illuminati fautori del progetto avevano in mente, non sarebbero stati strutture da poco: infatti la filosofia dell'ipotizzato sventramento era dichiaratamente quella di ricavare un grande piazza in grado di ospitare i servizi a misura del, si ripete, ‘vasto’ quartiere, al punto da ritenersi insoddisfacente persino il non certo minimo 'slargo Marmorale', allora esistente ma oggi 'riempito' dall'ennesimo palazzo residenziale.
I conti erano così presto fatti: "vasto ( id est 'grande') quartiere" uguale " grande piazza" uguale "grandi servizi" uguale "grandi(e) parcheggi(o)".

Ma la cosa più incredibile era che il progetto venisse sostenuto dal Presidente del Comitato Zona Alta proprio mentre si combatteva la battaglia per imprimere al vicino slargo Marmorale una destinazione più rispettosa delle esigenze di un quartiere fin troppo cementificato; e mentre nella zona adiacente, con disappunto e proteste dei vicini residenti, si recuperavano e si mettevano in vendita appartamenti di palazzi espressione di quell'edilizia intensiva (caratterizzante alcune zone del quartiere) così tanto criticata, essi sì da abbattere senza rimpianti, trascurando del tutto il carattere di quell'edificio scolastico di luogo della memoria degli abitanti del quartiere, che rende il quartiere riconoscibile e familiare e gradevole e caro ai suoi abitanti; e trascurando altresì il pregio architettonico della struttura, non ancora perspicuo ai più, ma comunque già primitivamente intuito dai residenti che ne hanno sempre avvertito la dirompente "diversità" rispetto all'edilizia circostante.

Non si ringrazierà mai abbastanza chi, nei cosiddetti comitati di quartiere, si assume l'onere di cercare d'identificare e portare avanti le istanze delle collettività delle varie zone della città, ma chiaramente tali comitati e i loro organi, a dispetto del nome e in assenza di precise regolamentazioni, al pari di qualunque associazione privatistica rappresentano esclusivamente i loro associati e/o quei partecipanti (talvolta davvero sparuti) che di volta in volta votano le mozioni o i loro rappresentanti, col rischio di farsi interpreti di esigenze di pochi o di progetti calati dall'alto senza vera partecipazione popolare. D'altra parte i canoni della cosiddetta urbanistica partecipata, se la si vuole praticare, esigono l'interpello attivo dei singoli individui interessati e la partecipazione di tutti questi a scelte e decisioni, secondo modalità rigorose, che peraltro non sono facilmente attuabili in comunità scarsamente coese o magari poco interessate alla cosa pubblica.

Il tema della demolizione della 'Federico Torre' è tornato di attualità per le criticità strutturali identificate nell'edificio, per le quali l'unica soluzione sarebbe, se ho ben capito, la demolizione e il rifacimento ex novo della scuola secondo un progetto del tutto diverso dalle linee originarie.

La riflessione che faccio da profano è la seguente: il Comune ha permesso che l'edilizia privata recuperasse proprio dietro la scuola strutture in cemento armato già fortemente degradate (monconi di palazzi senza nessun pregio architettonico), rendendole sicure (è da credere) per destinarle ad abitazioni private. Possibile che il Comune non riesca ad elaborare un progetto sostenibile che permetta sia la conservazione dell'edificio pubblico scolastico, pur di pregio, rispettandone l'impianto originario, sia la sua messa in sicurezza?

Negli anni '70, proprio alla 'Federico Torre' gli alunni leggevano e commentavano la vicenda dei Ragazzi della Via Pál che nella Budapest di fine Ottocento ingaggiano con la banda rivale delle Camicie Rosse un'epica battaglia per il possesso del Grund, cioè il Campo, uno spiazzo all'interno di una segheria, l'unico spazio dove i ragazzi del quartiere possono riunirsi per giocare e che le Camicie Rosse vorrebbero conquistare unicamente per loro in quanto presto il loro campo giochi, l'Orto botanico, non sarà più disponibile e non è adatto come l'altro per giocare a palla. Alla fine i ragazzi della Via Pál prevalgono, ma ciò nonostante perderanno lo stesso il loro campo perché vi sarà costruito un palazzone d'affitto e sarà inutile il sacrificio di Nemecseck che a costo della vita aveva scoperto il tradimento del compagno Geréb (che poi si redime) e durante la battaglia al Campo contro le Camicie Rosse aveva coraggiosamente fatto cadere il capo nemico, rendendo così possibile la vittoria dei propri amici.

Anche noi, abitanti del quartiere che siamo andati a scuola alla 'Federico Torre' (come pure i nostri figli o i nostri nipoti) e vi abbiamo studiato I ragazzi della Via Pál, dovremo infine perdere il nostro "grund", il posto che ci fa ancora amare il quartiere e ce lo rende ancora riconoscibile e familiare? E tutta la città dovrà soffrire l'ennesima perdita di un edificio di pregio, con ennesima lesione della propria fisionomia e memoria?

Se lo sfregio non sarà impedito, non ci resterà che "abbandonare la Terra" (una Terra ormai estranea, irriconoscibile, in procinto di esplodere...) come fa il Voltan del flipper "spaziale" menzionato dallo scrittore Gianni Celati nel libro Verso la foce... Oppure, come dice sempre Celati, non rimarrà che affidarci alle parole per evocare i luoghi che non ci sono più, per attirarli a noi e impedire che spariscano per sempre lasciandoci smarriti e soli "incapaci di riconoscere una traccia per orientarci". E tramandare all'esecrazione dei posteri, dico io, i nomi di quelli che abbiano reso possibile un simile guasto.

(Il testo è un contributo al dibattito innescato dall'articolo di Raimondo Consolante pubblicato qui sul Vaglio)