Padre Pio e la 'religiosità' del vicepremier Salvini: Pietrelcina, tappa per catturare gli ambienti cattolico-conservatori

- Opinioni di Nicola Sguera*

L’uso della religione come “instrumentum regni” è antico come l’uomo. Con la nascita della modernità e la separazione della politica dalla religione e dall’etica esso assume nuove forme. Uno dei padri della politica moderna, Niccolò Machiavelli, scrive ne “Il Principe”: «Debbe adunque avere uno principe gran cura che non li esca mai di bocca una cosa che non sia piena delle soprascritte cinque qualità, e paia, a vederlo et udirlo, tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto umanità, tutto religione». Tre Presidenti del Consiglio italiani hanno commentato il testo del Segretario fiorentino: Mussolini, Craxi, Berlusconi (finiti maluccio tutti e tre). Attendiamo il commento del Ministro dell’Interno, un «messo infernale» in sedicesimo, ma anch’egli «tra un alalà di scherani», ospite a Pietrelcina il 6 maggio.

Cosa ha significato questa visita nello storytelling del nuovo leader della destra sciovinista e lepenista italiana, non essendo mai i suoi gesti “pubblici” (finanche mangiare cannoli) gratuiti? La geniale strategia salviniana, incuneatasi nella duplice crisi (della “destra” berlusconiana e della “sinistra” a tradizione piddina) e nella sconcertante miopia del Movimento Cinque Stelle, che riteneva di avere possibilità di raccogliere voti a destra, è quella di saldare, all’interno di una Lega rinnovata, che ha perso il pelo dell’antmeridionalismo e del secessionismo (ma nessuno dei vizi connessi), vari pezzi della destra italiana: i più evidenti sono quelli neo-fascisti e quelli cattolico-conservatori. Ecco, dunque, il senso della sua visita pietrelcinese, dove il Ministro ha fatto sfoggio di pietà e umanità, di integrità e religione.

Ma quale religione? Quella che Francesco Forgione incarna perfettamente. Scrive Sergio Luzzatto (in “Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento”, Einaudi, 2007): «È una via dove il vecchio e il nuovo, il premoderno e il postmoderno, il ragionevole e l’improbabile, l’istituzionale e l’irregolare, il religioso e il politico, tendono a confondersi molto più che a contrapporsi. Probabilmente, questa è addirittura la strada maestra del paese Italia». Padre Pio incarna la Chiesa che non voleva e non ha mai accettato il Concilio Vaticano II e che oggi vede in Papa Francesco un pericoloso cedimento all’eresia. E, dunque, se bisogna, come ovvio in un paese in cui gli over 60 sono ancora in larga parte condizionati dal cattolicesimo, portare quel voto nel grande contenitore della Lega, è necessario accreditarsi come cattolici “reazionari”, fedeli ad un cristianesimo antico e contadino, miracolistico e assolutamente compatibile con i leader forti, comunque si chiamino. Soprattutto se, contemporaneamente, il Vescovo di Roma – negli stessi giorni in cui il Ministro va a visitare compiaciuto i muri eretti da Orbán - pronunzia parole inequivocabili e coraggiose, affermando che «il modo in cui una Nazione accoglie i migranti rivela la sua visione della dignità umana e del suo rapporto con l’umanità».

E a queste parole nitide guardano con simpatia e speranza non solo tanti cristiani ma anche credenti di altre fedi o diversamente credenti (come chi scrive). La “piolatria” (come l’ha definita un sacerdote “illuminato” di queste terre) è una delle tante patologie dello spirito, purtroppo diffusa nel nostro Sannio, dove è, non a caso, in atto una transumanza verso la destra salviniana di pezzi di vecchio elettorato e classi dirigenti. Sostenere la visione della Chiesa di Francesco, che riprende e invera il Vaticano II, contro tutte le tendenze reazionarie, non alimentando, dunque, la “piolatria” e il suo uso politico, è una battaglia culturale degna di esser fatta per arginare l’imbarbarimento del paese e la costruzione di muri, di pietra e non.

*(docente di filosofia)