Freud, Adorno, Derrida e le tre principali modalità d'avvicinamento al sogno

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

L'altro ieri pomeriggio, al cinema Massimo, ha avuto luogo il secondo incontro del “Primo festival filosofico del Sannio” organizzato dall'associazione culturale “Stregati da sophia”, sul tema “Magia, fortuna e...”. Per l'occasione, il relatore è stato Umberto Curi, professore ordinario di Storia della filosofia presso l'Università degli studi di Padova, il quale ha intrapreso una trattazione, dall'approccio divulgativo, sull'interpretazione dei sogni.

L'esposizione di Curi ha avuto come incipit la descrizione di un illustre episodio dell'Odissea contenuto nel libro XIX: Penelope nell'atto di raccontare un proprio sogno premonitore a Ulisse travestito da mendicante. Senza soffermarmi sui contenuti onirici estrapolati in via esemplificativa dal testo omerico e sulle specifiche implicazioni, ritengo opportuno, invece, indugiare sulle tre principali modalità d'avvicinamento al sogno segnalate durante lo svolgersi della proposta filosofica.

La prima, quella freudiana, sublimante una lunga tradizione onirocritica, ravvisa nel sogno un indizio importante della vita inconscia, esaminandolo alla stregua di un sintomo da decifrare: questa linea interpretativa, valutando il materiale onirico in virtù dei messaggi occulti in esso contenuti, non considererebbe il sogno di per sé, ma solo in relazione al suo parlar d'altro.

La seconda, quella dei “Protocolli onirici” adorniani, si batte per tutelare l'indecifrabilità sostanziale del sogno, riducendo al minimo le eventuali interferenze razionalizzanti: infatti, lo scritto di Adorno cui ci si riferisce racchiude una raccolta di descrizioni oniriche compilate in prossimità del risveglio, quindi nel tentativo di ridimensionare le distorsioni coerentizzanti dovute a una permanenza più lunga nel mondo della veglia.

La terza, risalente a Derrida, esprime, per definizione, una terzietà tra le due posizioni, sostenendo come il lavorio sulle visioni oniriche, in linea di principio, possa trovare uno sfogo più adeguato attraverso i canali artistici i quali, non essendo compromessi dal presupposto filosofico filocartesiano secondo cui il sogno appartiene a un'immaturità coscienziale, renderebbero una maggiore giustizia alla trasmissione di quest'ultimo, approssimandosi all'azzeramento dei tradimenti legati agli intenti interpretativi. Queste tre prospettive, su cui tornerò a breve, a mio avviso, si misurano essenzialmente con una domanda non aggirabile o, meglio ancora, la presuppongono: si può davvero rinunciare alla categoria del senso?

Per Freud, l'inconscio (o Es pulsionale), pur essendo extralogico, non è mai del tutto slegabile dalla dimensione cosciente (anzi, in base ad alcune letture radicali del pensiero freudiano, quest'ultima incarnerebbe una sorta di manifestazione puramente sovrastrutturale del primo), la quale, tramite l'elaborazione psicanalitica, dovrebbe tentare di colonizzarlo secondo il principio terapeutico, di chiara matrice illuminista – l'obiettivo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità introspettiva –, “dove c'era l'Es ci sarà l'Io: la traduzione dell'irrazionale nel linguaggio della ragione è possibile poiché non sussiste incomunicabilità tra le due sfere; sotto il profilo epistemologico, però, l'accettazione di quest'ultimo assunto è tutt'altro che pacifica e Foucault, a tal proposito, rappresenta un esempio significativo di angolazione critica.

Per Adorno, invece, vale l'estensione di una concezione già presente nella sua vasta "Teoria estetica”, secondo la quale l'opera d'arte, così come le manifestazioni oniriche, non solo non vanno intese psicanaliticamente in una mera accezione sintomatologica, ma vanno preservate nella loro irriducibile inesplicabilità: se la spiegazione di un'opera la esaurisse, essa potrebbe situarsi al posto dell'opera medesima, essendone il perfetto corrispettivo; ma è evidente che, così come un'opera d'arte rimane (vi)tale proprio in virtù di un suo nocciolo duro non rosicchiabile dalle interpretazioni, di un suo “di più” (altrimenti cadrebbe al di sotto del proprio concetto), allo stesso modo il sogno conserva un suo deposito di significati, e di non senso, mai del tutto scoperchiabili; anche se i tentativi post-risveglio di “scrittura automatica” perpetrati dal pensatore francofortese non credo possano considerarsi effettivamente esenti da manipolazioni o forzature coscienziali.Il vero punto, forse, è che non esiste una ragione interamente svincolabile dall'irrazionale proprio come l'irrazionale, non plasmandosi sul principio di non contraddizione, non può narrare se stesso senza sfociare nell'incomprensibilità: il travaso da un campo all'altro non si risolve senza lasciare residui.

Derrida, in tal senso, decostruendo l'antinomia rigida tra ragione e irrazionale, arriva ad abbracciare la logica aporetica freudiana, sostenendo come l'irrazionalità serpeggi all'interno della razionalità rendendo possibile lo stesso movimento del pensiero e creando, di fatto, una cerniera tra le due dimensioni: la tesi del padre del decostruzionismo si fonda su un confronto diretto con “Storia della follia nell'età classica” di Foucault e sull'intento programmatico di “essere giusti con Freud”. Quindi, ad esempio, la parabola letteraria kafkiana, citata anche da Curi a sostegno della tesi di Derrida, dimostrerebbe la capacità dell'opera d'arte di ritrarsi dalla spiegazione dell'assurdo e di preservare, conseguentemente, l'insensatezza?

A mio parere, vale la tesi di Anders, secondo la quale sia Kafka che Beckett più che esibire il nichilismo nella sua integrità, esibiscono, invece, l'incapacità dell'uomo a essere nichilista: non solo il discorso sul non senso si nutre di una sofisticatissima costruzione per rendersi comprensibile, per essere comunicabile, assoggettandosi quindi a una mediazione complessa (a una forma), ma gli stessi personaggi ideati dai due autori attendono o ricercano così ostinatamente il senso al punto che “era come se la vergogna dovesse sopravvivergli”. Il primato della coscienza, e della relativa attitudine significante, a quanto pare, è davvero difficile da scardinare: anche l'insensatezza è un'interpretazione.