Non è nemico di Benevento chi non apprezza o resiste al BCT. E’ solo libertà, Mastella l’accetti

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Antonio Frascadore e Clemente Mastella
Antonio Frascadore e Clemente Mastella

Un uno-due ben assestato all'eccitabilità dell'opinione pubblica, ed ecco che nasce un altro 'martire' da infilare nel pantheon delle incomprensioni locali: il Festival BCT (Benevento Cinema Televisione), la cui terza volta, coronata da un più che positivo riscontro di pubblico, ha chiuso i battenti il 14 luglio, circostanza occasionale – da calendario - che salda le polemiche al valore ritenuto 'rivoluzionario' della manifestazione. Prima il patron Antonio Frascadore poi il mentore istituzionale e primo cittadino del capoluogo Clemente Mastella hanno fatto fronte comune dinanzi a non meglio specificati ostacoli frapposti all'organizzazione e al paventato rischio che l'appuntamento abbandoni i lidi della capitale del Sannio dopo appena tre anni e un largo successo in termine di audience. Bisogna procedere coi piedi di piombo, in casi del genere.

L'esercizio della critica o del dissenso, e nel caso pure la “diffida” di alcuni residenti – richiamata sugli organi di stampa -, sono interpretati secondo la logica binaria dell'amico/nemico, senza un millimetro di spazio riservato all'interlocuzione: o con me o contro. Ma soprattutto con una via lunga e diritta che corre, senza alcuno schianto, verso una sola ragione, quella del 'potente': “Bisogna porgere le scuse (addirittura, Ndr) al direttore artistico Antonio Frascadore se alcuni cittadini lo hanno diffidato, mi dispiacerebbe molto se il BCT dovesse essere portato via da Benevento perché questo significherebbe non vedere più personaggi come la Leosini o Matano“, ha dichiarato Mastella e riportato, tra gli altri, Anteprima24. Insomma, dinanzi ad un “Frascadore (che) considerava la possibilità di spostare in un altra città la manifestazione per le difficoltà incontrate anche con i residenti del centro storico”, ecco un Mastella pronto a far da spalla: “Se proseguiamo nelle polemiche sterili la città non cresce e si perdono anche le cose che costruite fino ad ora” (Ottopagine). Un duetto che, nelle intenzioni, pare quasi dare corpo alla “percezione (di Frascadore, Ndr) che il giovane ma già accorsatissimo festival sia vissuto quasi con fastidio in alcuni ambienti della città, minoritari ma pur sempre capaci di minare la proiezione esterna di una rassegna in vorticosa ascesa” (Il Mattino).

La dittatura delle minoranze, dunque, secondo un racconto stantio nei contenuti e alimentato dalla chiamata alle armi populista: “Difendiamo il festival” (titolo del Mattino del 14 luglio). Da chi? Come? Perché? Dinanzi a quali attentati?

Volendo, e non paventando, il Festival può e deve continuare, visto il successo. Ma, per carità, almeno sia risparmiata la logica del piagnisteo a mezzo stampa, ormai una consuetudine consolidata per affermare il principio del superiore interesse 'pubblico' rispetto alle anche più irrisorie 'resistenze'. Se c'è davvero qualcosa da difendere, infatti, questa è la città, Benevento, dall'assordante rumore del nulla di una politica/spettacolo con l'orecchio fine e sintonizzato sul gradimento epidermico dell'orgasmo raggiunto dinanzi al materializzarsi fisico di sogni fatti di celluloide o pixel. Non vale per tutti (i beneventani e non solo), e farsene una ragione non è un delitto in democrazia.