L’avversione per gli intellettuali della resistibile triade di potere Mastella-Picucci-Giordano

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Breve, davvero breve, ripasso dall'informazione sul web: “C'è però ancora qualcuno che alla nostra stagione invernale 'Teatro', che pure abbiamo fatto e che ha avuto una scarsissima presenza di pubblico, ha risposto stando ovunque tranne che a teatro. Li ho visti girare i pollici, questi qualcuno, in attesa di scrivere qualcosa critica su Facebook”, così l'assessore comunale di Benevento Picucci. “Anche il sindaco Clemente Mastella si è rivolto agli scemi intellettualoidi dei miei stivali che non comprendono che la Rassegna recupera una parte di quelle dimensioni che non era facile riproporre interamente”. “Renato Giordano, il direttore artistico, ha parlato anch'egli in risposta ai polemizzanti. Siamo stati associati al Festival di Spoleto. Io lì ci sono stato ma non ho visto i nostri intellettuali. Qui invece li osservo, ma in pizzeria” (Gazzetta di Benevento).

Ancora Mastella: “Abbiamo voluto accontentare tutti e non solo gli intellettuali che si lamentano soltanto”. Ancora Picucci: “Oggi è un evento di popolo e poi quando abbiamo proposto il teatro impegnato ho contato 30 spettatori, le polemiche sono molte di più... è chiaro che si tratta di polemiche pretestuose e strumentali”. Infine Giordano: “Non pretendiamo di piacere a tutti. Ma oggettivamente le polemiche per Pio e Amedeo erano assurde e mi hanno dato fastidio”. (Ottopagine). E' sufficiente.

Banalizzando, si potrebbe dire che l'avversione patente per gli intellettuali, intesi come persone normali ma autonomi pensatori, le donne e gli uomini di cultura alta/media/bassa che vivono la fatica di capire, affidata dalla triade Mastella-Picucci-Giordano (non solo in questa circostanza) ai 'media', durante la conferenza stampa di presentazione del programma di Città Spettacolo 2019, è figliastra del dibattito sulle élite e sulla loro inutilità che le attuali classi dirigenti del Paese portano avanti nel culto del rapporto diretto con i cittadini: livello e mentalità collimano. E' così, e non solo.

Sottotraccia poi emergono l'insofferenza, che è una patologia tipica di chi si sente depositario della verità;
l'insicurezza, che è il metro di giudizio avvertito dinanzi alla valutazione fra la carica ricoperta e il merito e la competenza necessari a ricoprirla;
l'inadeguatezza, che è il frutto (interiore) della riflessione tra il compito che è stato affidato o ci si è dati e il suo svolgimento.

Questo propellente permette di conservare in ottimo stato il tratto caratteriale e distintivo della 'beneventanità' declinata dall'alta rappresentanza cittadina, investita dal voto popolare o incaricata di rappresentarne – il 'senso', a questo punto - l'”essenza”: il provincialismo.

Se tanti comuni mortali cui è concesso quel po' d'esercizio della facoltà di ragionare in proprio si dicono anche orgogliosi d'essere in e di provincia, a essa attribuendo ricchezza in termini di inventiva, capacità di proporsi, sapidità nel raccontare, abilità nel creare, identità territoriale non disgiunta da una visione complessiva, a chi veleggia in alto più s'addice la definizione di Ezra Pound, senza commento alcuno, del provincialismo come “malevolenza latente”. C'è da portare pazienza, oltre a non votarli e a non sceglierli.