“Il volo del gregario” di Silver Mele: una rosa che consiglio di cogliere

- La Botte di Diogene di Anteo Di Napoli
Silver Mele
Silver Mele

“Quando oggi, su per le terribili strade dell’Izoard, vedemmo Bartali che da solo inseguiva a rabbiose pedalate, tutto lordo di fango, gli angoli della bocca piegati in giù per la sofferenza dell’anima e del corpo – e Coppi era già passato da un pezzo, ormai stava arrampicando su per le estreme balze del valico – allora rinacque in noi, dopo trent’anni, un sentimento mai dimenticato. Trent’anni fa, vogliamo dire, quando noi si seppe che Ettore era stato ucciso da Achille. È troppo solenne e glorioso il paragone? Ma a che cosa servirebbero i cosiddetti studi classici se i loro frammenti a noi rimasti non entrassero a far parte della nostra piccola vita? Fausto Coppi certo non ha la gelida crudeltà di Achille: anzi, tra i due campioni, è certo il più cordiale e amabile. Ma in Bartali anche se scostante e orso, anche se inconsapevole, c’è il dramma, come in Ettore, dell’uomo vinto dagli dei”.

Lo scrittore Dino Buzzati così descrisse, il 10 giugno 1949, la più memorabile impresa nella storia del ciclismo. Si correva la tappa del Giro d’Italia Cuneo-Pinerolo, che prevedeva la scalata a cinque passi alpini oltre i 2000 metri: Maddalena, Vars, Izoard, Monginevro, Sestriere. Il “semidio” Coppi partì da solo all’attacco fin dal primo colle (mancavano 192 km al traguardo!), infliggendo a Bartali, il più grande tra gli “umani”, un distacco di quasi 12 minuti. Dispersi gli altri corridori, per i quali la tappa si trasformò in una lotta per la sopravvivenza (il tempo massimo).

Il ciclismo è uno sport il cui racconto diventa quasi naturalmente letteratura, se non epica, perché è innanzitutto una sfida alla natura, ai propri limiti, prima ancora che agli avversari.

La mia passione (ahimè solo letteraria) per il ciclismo ha fatto sì che il giornalista Silver Mele non abbia dovuto faticare più di tanto per suscitare in me la curiosità di leggere il suo libro “Il volo del gregario”. Eravamo vicini di tavolo al ristorante dell’hotel di Dimaro, località sede del ritiro del Napoli dove lui alloggiava per lavoro, mentre mia moglie e io per la tradizionale settimana azzurra di vacanza. Anche grazie a un paio di miei interventi nella sua trasmissione televisiva (tra cui una domanda in diretta a Carlo Ancelotti), abbiamo preso l’abitudine di chiacchierare, commentando tra l’altro il suo quotidiano giro in bicicletta, su e giù per le Dolomiti del Brenta. Un giorno mi ha fatto vedere sul suo PC una foto, recuperata dall’archivio della Gazzetta dello Sport, che ritraeva suo padre Luigi (ciclista di buon livello negli anni ’60), battuto per un soffio sulla pista del velodromo Vigorelli di Milano, nell’ultima tappa del Giro d’Italia del 1964, dal tedesco Willy Altig. “Parente di Rudi Altig?”, ho chiesto a Silver, il quale ha intuito di avere a che fare con un appassionato e mi ha detto del suo libro (acquistato appena tornato a Roma).

“Il volo del gregario” (Graus edizioni) racconta la vita di Luigi (Gigi) Mele. Scritto molto bene, in una Lingua italiana elegante, quasi d’altri tempi, forse proprio perché si raccontano un’Italia e un ciclismo che non ci sono più. La storia si dipana attraverso il racconto diretto del protagonista medesimo. Questa soluzione narrativa, a mio parere, oltre a rappresentare una sottolineatura dell’omaggio che Silver vuole rendere al padre (me ne ha parlato con toni quasi commossi), in fondo rispecchia le qualità di Gigi, grande affabulatore, detto il “ciclista canterino”, per il repertorio di canzoni napoletane con cui intratteneva il “gruppo” nelle fasi tranquille delle corse, tanto da essere paragonato ad Aurelio Fierro (popolarissimo artista napoletano dell’epoca), per le sue doti canore e di showman!

La vicenda umana e sportiva narrata nel libro parte e si conclude a Calvi Risorta, in provincia di Caserta, dove Gigi Mele vive tuttora. Il volo ciclistico di Gigi nasce sui banchi di scuola sognando di passare un giorno sulla Casilina, che attraversa Calvi, insieme al gruppo del Giro d’Italia. Un sogno che continua a coltivare anche quando segue la sua famiglia a Torino, dove il papà Silvestro aveva trovato lavoro come guardia carceraria. È il 1949, l’anno della tragedia aerea di Superga, che cancellò in un attimo il Grande Torino, orgoglio, come Coppi e Bartali, di un Paese uscito distrutto e umiliato dal secondo conflitto mondiale. Gigi si innamora della maglia granata, passione che poi trasmetterà al figlio Silver.

Gli anni torinesi non furono semplici all’inizio per la famiglia Mele, come per la moltitudine di meridionali che nel dopoguerra partirono in cerca di fortuna. Pagine che consiglio ai tanti meridionali immemori di quel che significa lasciare le proprie radici per cercare una vita migliore in terra straniera. Sacrifici e difficoltà ambientali descritte in maniera asciutta, senza indulgere nell’autocommiserazione, anzi rivendicando l’orgoglio della propria dignità. Un giorno i compagni di classe di Gigi gli consegnarono i soldi di una colletta fatta per consentirgli l’acquisto di vestiti nuovi. La madre Giovannina con due ceffoni gli ordinò di restituirli: “Ricordagli e soprattutto ricordati sempre chi siamo”.

Ovviamente nel libro c’è anche il ciclismo, ma sempre come filo conduttore di una storia a tutto spessore: le tante affermazioni negli anni giovanili che lo fecero considerare dagli esperti una grande promessa; il professionismo, gareggiando insieme ai grandi del suo tempo (Gaul, Anquetil Nencini, Adorni), alcuni dei quali amici di una vita, su tutti Franco Balmamion.

Gigi Mele da professionista ha vinto una sola corsa (una tappa al Giro di Svizzera), sfiorandone molte altre, a volte per mera sfortuna, come quando nel Giro del 1964 sul lungomare di San Benedetto del Tronto vide svanire una vittoria ormai conseguita per un salto di catena.

Anche per questo, la vita e la carriera di Gigi Mele mi piace riassumerle parafrasando i versi di Guido Gozzano, poeta amato dall’autore e cantore del canavese, terra dove si è svolta tanta parte della vita ciclistica (e non solo) del protagonista: “Non ho amato che le vittorie che non colsi”. “Il volo del gregario”, invece, è una rosa che consiglio di cogliere.