Giornalismo: "Il Paese dei buoni e dei cattivi" di Federica Sgaggio

- Archivio

Federica Sgaggio è l'autrice del libro "Il Paese dei buoni e dei cattivi. Il giornalismo invece di informarci ci dice da che parte stare", pubblicato dalla minimum fax a settembre 2011. Un'analisi lucida e approfondita del mestiere del giornalista. Il vaglio.it l'ha intervistata e ha approfondito con lei la tematica affrontata.

[caption id="attachment_1407" align="alignleft" width="300" caption="Federica Sgaggio"][/caption]

"Il Paese dei buoni e dei cattivi. Il giornalismo invece di informarci ci dice da che parte stare". Qual è il messaggio che vuole lanciare con questo libro? Crede ci sia stata una perdita di etica nel mestiere del giornalista?
"Non so se voglio lanciare un messaggio. L’unica cosa che mi interessa dire è che chi scrive ha una responsabilità, cioè capire cosa c’è dietro le parole e chi legge ha la responsabilità di capire cosa c’è dietro le parole che sta leggendo. Nessuna parola è neutra, nessun costrutto è neutro, nessun titolo è neutro. Il problema non è essere neutri oppure oggettivi, ma capire che c’è un punto di vista e decifrarlo. Ci sono giornali, a mio giudizio, che hanno assunto un compito di riunire sotto le loro insegne, che sono parole d’ordine, appelli, petizioni, un modo di definire la realtà che crea identità. Tendono a costruire delle comunità fittizie, di persone che pretendono simili, o immaginano siano simili. E così accade che la comunità dei fan di "la Repubblica" reagisce immediatamente rispetto a una chiamata, per così dire alle armi, su una petizione, ad esempio sulla legge bavaglio. Non sono sicura però che le persone che firmano contro la cosiddetta ‘legge bavaglio’ abbiano un’idea di che cosa sia ed esattamente in che cosa limita la libertà di stampa. Chi si riconosce, invece, in un’altra nuvola di senso, propagandata da un altro giornale, reagisce alle parole d’ordine propagandate secondo una gerarchia dei contenuti, o meglio delle parole, più simile al loro modo di vedere. Si crea un meccanismo identitario. I buoni siamo noi che leggiamo quel giornale, i cattivi sono gli altri. Se proprio c’è un messaggio che io non voglio dare con il mio libro è che so come si fanno i giornali fatti bene. A me non interessa raddrizzare le gambe ai cani. A me interessa dire acoloro che leggono che anche loro hanno la responsabilità di capire cosa c'è dietro le parole perché berle, a volte, è come bere una bottiglia di acido muriatico. Bottiglia dopo bottiglia lo stomaco si corrode e tu non puoi più digerire alcun contenuto".

Nel suo testo, tra le altre cose, afferma che "la cronaca al posto di informare serve a farci sentire innocenti. Divide il mondo in due categorie, i buoni e i cattivi". Cosa intende?
"Esistendo una vittima e un colpevole per definizione, il mondo viene diviso in due: da una parte ci sono i buoni, dall'altra i cattivi. Il lettore è chiamato a identificarsi, attraverso un meccanismo di costruzione emotiva, con la vittima e con i suoi familiari ed è portato a credere che il cattivo sia lontano dalsuo mondo. Una delle cose più curiose quandoscopre che l’omicida vi appartiene è sorprendersene".

Quali sono i "mali" del giornalismo?
"Sono tanti. Sono i mali della vita. Diventano più gravi e peculiari nella misura in cui al giornalismo assegniamo una funzione

democraticamente rilevante, una funzione di controllo. Di per sé il pressapochismo, la banalizzazione, la riduzione a inerzia della complessità è qualcosa che facciamo tutti nella nostra vita quotidiana, di cui facciamo esperienza anche nelle nostre relazioni personali. Non è specifico del giornalismo. Diventa un problema nel momento in cui si pensa che il giornalismo possa offrire un contributo alla decifrazione della realtà".

Perchè crede si sia giunti a questo punto, e qual è, se a suo parere c'è, una possibile "cura" o soluzione?
"Non c’è. C’è solo la speranza che si ritorni a ragionare di politica in termini banali, piccoli, partendo dal minuscolo perché non si può costruire una casa dal tetto.Dobbiamo rassegnarci al fatto di aver perso, come giornalisti, come cittadini, la politica stessacome rappresentanza. Io ho un figlio di 12 anni. Quello che posso insegnargli è domandare sempre perchè e se non comprende una cosa di chiedere una spiegazione senza preoccuparsi di esser preso per scemo. Naturalmente non costruisco niente da sola, nè lui, ma forse questo è un modo per predisporlo a cercare delle relazioni vere. Mi dicono che sono pessimista. Io non mi sono sentita mai così ottimista come adesso perchè penso che affidare la responsabilità dell'interpretazione delle parole a chi le scrive ea chi le legge sia un atto di grandissima fiducia".

Nel libro molteplici sono gli esempi in negativo da lei fatti. Ce n'è qualcuno di positivo a cui si ispira nello svolgimento del suo mestiere?

"Sembra che ora sia impossibile fare giornalismo al di fuori di un trend, che non sia un marchio. Ci sono giornalisti che hanno nomi e cognomi riconoscibili e per essere riconoscibili hanno dovuto rinunciare alla spiegazione della complessità della realtà, l'hanno dovuta banalizzare, trasformare in parole d'ordine. Ecco perchè tutti se ne ricordano e per qualcuno possono diventare degli esempi. La mia opinione è, invece, che gli esempi veri sono quelli del corrispondente del quotidiano di provincia; il mio esempio è chi non rinuncia a fare le domande al di là delle conseguenze e cerca di capire prima lui come sono andate le cose. Tali esempi sono anomini. Il mio libro è dedicato, infatti, a quei miei invisibili colleghi che sopportano ogni giorno le umiliazioni e il dolore di vedere ilproprio lavoro perdere di senso. Non ce ne sono altri".

Sgaggio è giornalista dal 1992 e lavora per l'Arena di Verona. Prima de "Il Paese dei buoni e dei cattivi" ha pubblicato due romanzi, "L'avvocato G." e "Due colonne taglio basso". Gestisce il blog federicasgaggio.it.