Il papa se ne va. Il premier? Non si sa

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Anche se la Santa Sede continua a negarlo (come potrebbe fare diversamente?), il papa tedesco Benedetto XVI sta pensando alle dimissioni. Forse perché influenzato dal pontefice (di) Nanni Moretti, autore più volte rivelatosi profetico (vedi “Palombella Rossa” o “Il Caimano”), forse perché meno attaccato alla dimensione mediatica rispetto al suo predecessore, Joseph Ratzinger avrebbe intenzione di abdicare in occasione del suo ottantacinquesimo compleanno, che ricorrerà il prossimo aprile.

Che la crisi interiore vissuta da Michel Piccoli in Habemus Papam di Moretti sia differente da quella di Benedetto XVI è innegabile, ma l’arte potrebbe comunque aver influenzato, ancora una volta, la vita. Solo qualche settimana fa Roberto Saviano ha ricordato dalle pagine di Reppublica il potere estetico di condizionamento che il mito pacchiano di Scarface ha esercitato sui mafiosi di professione.

La notizia delle possibili dimissioni future del Papa è arrivata dalle segrete stanze vaticane alla stampa italiana attraverso Antonio Socci. Lo stesso Socci ha ricordato dalle colonne di Libero (espressione cha attribuisce alla testata in questione una certa dignità) che Benedetto XVI aveva considerato nel libro-intervista “La luce del mondo” l’eventualità dell’abdicazione, asserendo: “Quando un papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, psicologicamente e mentalmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto ed in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi”.

Anche il Vaticano pensa alle primarie? Non corriamo. Che un papa debba morire per portare a termine la sua investitura è sempre stato un “dettaglio” piuttosto macabro dell’assunzione del papato. Certo è che “dimessosi un papa, se ne fa un altro” non sembra possa rivelarsi un detto efficace.

L’inconfessabile intenzione di Ratzinger rivaluta, tuttavia, un gesto assai degno (la cui assenza genera indignati e indignazione) e ai nostri giorni inusitato: il dimettersi. Il proverbiale misoneismo della Chiesa Cattolica potrebbe essere, dunque, brutalmente scalfito, se non addirittura, per un attimo, cancellato (se possiamo dedurre che 85 anni per un papa siano troppi, possiamo allo stesso tempo supporre che 75 anni per un premier siano sufficienti per un pensionamento?).

Dalle dimissioni di Benedetto XVI potrebbero, però, sorgere numerosi interrogativi. Ad esempio, come occuperebbe il tempo un papa pensionato? Sarebbe possibile vedere Ratzinger ospite di salotti televisivi in qualità di esperto di papi? Potrà indossare ancora le Prada rosse? A quale grado della gerarchia cattolica verrebbe declassato? Potrebbe diventare il papa nero? Si potrà parlare di un Ratzinger-bis?

Scartando Moretti come ispiratore della rinuncia di Joseph Ratzinger, dobbiamo, allora, necessariamente prendere in considerazione il leader del Partito Democratico Pier Luigi Bersani. La colpa, in fondo, è sua. Il suo ritmo ossessivo, il suo rito tribale, il suo mantra è ormai ben noto a tutti: “Dimissioni!”, “Il Premier faccia un passo indietro!”. Repertorio finito per Bersani ed eterogenesi dei fini (Fini che a sua volta chiede e riceve richieste di dimissioni, tutte inascoltate) o, per dir meglio, eterogenesi dei leader. Un papa se ne va e un presidente resta. Ma, secondo un certo punto di vista, è pur sempre un primo passo.