Città Spettacolo si snatura se non ha come centrale il teatro, più che per l’indirizzo politico che ha sempre contato negli anni

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Tra il Conservatorio “Nicola Sala” e la direzione artistica di Benevento Città Spettacolo (Renato Giordano), protagonisti della polemica estiva a sfondo pre-festivaliero (leggi sul Vaglio.it), l'opposizione consiliare (Patto Civico e Italo Di Dio) ha scelto il primo censurando la seconda. A dimostrazione che quando si parla della creatura che fu di Gregoretti è praticamente impossibile tenere scisso il piano artistico da altro. E' stato così in passato, con amministrazione anche di diverso indirizzo, così è oggi.

Si depotenzia pertanto proprio l'analisi del consigliere Italo Di Dio che, guardando al contrasto sorto fra i due enti, grida alla “politicizzazione di una rassegna che è sempre stata il fiore all’occhiello della città”. Nel tempo, infatti, la rassegna è stata a suo modo sempre il riflesso di una 'egemonia' culturale delle Giunte in carica, con dosi di maggiore o minore qualità ma sempre in stretta dipendenza di un generale indirizzo politico e, anche qui in dose maggiore o minore secondo la personalità, dell'autonomia del direttore artistico.

Dal quale a sua volta discende la responsabilità delle scelte programmatiche, la facoltà di escludere o posizionare diversamente in cartellone eventi e protagonisti – senza che questi ultimi abbiano poi a risentirsi con tempestivo strepito mediatico, come accaduto con il Conservatorio, magari silente quando gratificato da scelte del passato.

Il groviglio, più che altro, è proprio nella personalità e autonomia del direttore artistico. Quest'ultimo, Giordano (in continua nomina da 4 anni (e non da oggi, quindi, ma nel passato dov'erano le levate di scudi?) è riuscito a sintetizzare nel programma del festival la sua inclinazione personale e la propensione (tutta politica) del mastellismo a guardare all'evento – per meglio comprenderci - in chiave popolare.

Nel passato, magari, l'indirizzo amministrativo era 'diversamente altro' e la personalità del direttore artistico più spiccata e autonoma, eppure in ugual modo non sono mancate le polemiche. Lasciandosi, allora come oggi, sfuggire il bandolo: la qualità non è nella quantità ma nella bontà del prodotto. Non s'avverte insomma l'esigenza di riempire per forza le piazze e/o propinare polpettoni pallosi, né tantomeno allargare a dismisura il ventaglio delle proposte perché fa tanto propaganda: basta riuscire a intercettare qualcosa di bello da vedere che sia in linea, però, con l'ispirazione primaria del festival, ovvero il teatro e quel che attorno a questa forma d'arte gravita.

Il resto è davvero altro rispetto alla rassegna e può avere lo stesso degna collocazione nel famoso/famigerato calendario delle manifestazioni che è sempre stato sul punto di nascere ma non ha mai visto la luce. G.F.