Presentato a Puglianello il libro 'L'aratro e la falce' di Luigi Lavorgna

- Cultura Spettacolo di Guglielmo Farina

Riceviamo e pubblichiamo - Centocinquanta pagine, sette capitoli e due appendici sono lo spazio sulla memoria di Puglianello dal 1950 al 1965. Luigi Lavorgna, con “L’aratro e la falce”, edito da Etabeta, ha individuato tre strati di lettori: ristrettissimo, personale; ristretto ai puglianellesi; generalista a tutti gli italiani. È un viaggio narrato con la tecnica del ricordo biografico-cinematografico. L’autore ripassa la sua vita con la lente del sociologo, scienziato-osservatore-partecipante. È il viaggio comune, di tanti fanciulli italiani che seppero costruire la quinta potenza economica a partire dalla cultura contadina.

L’album dei ricordi riporta le premure di una madre nel curare una ferita o una pleurite e gli insegnamenti del padre nell’essere accorto alla produzione e vendita del bestiame. L’amore era alla base sia della famiglia che dell’educazione. A loro completamento vi era la scuola che istruiva, correggeva e promuoveva la conoscenza. Il romanzo quale forma preferita di lettura.

L’innamorarsi e l’esprimersi attraverso i pizzini in classe: «Ti amo più di ieri e meno di domani», era solo l’inizio di un viaggio schematico e formale, che prevedeva la presentazione a casa, l’uscita della donna con il fratellino, anello, matrimonio, oppure eliminare tutto l’iter con la fuitina.


Una società che si muoveva sempre unita e compatta, non c’era spazio per l’individualismo. Il giuoco era sempre di gruppo e sempre in competizione, dal calcio alla cerbottana, dall’altalena al nascondino. Si rimaneva in casa o ci si ritrovava nei bar, cinematografi o in famiglie ove vi era la rara televisione.


Il cinema arte, recitazione e sogno è il luogo nuovo che meglio permette il “C’era una volta”. È il viaggio per ripensare ai sacrifici combattuti con l’ironia. La fame contrastata dal “canta che ti passa”; il consuolo da dare ai familiari del defunto; il focolare la vera casa della famiglia, la fattoria la sua rendita. Le uova barattate per i fumetti, il maiale per sfamarsi durante l’anno. Le stagioni scandivano vita e produzione e i mestieri del banditore, ambulante, impagliatore, maniscalco erano elementi essenziali del sistema impresa.


Si combatteva sdrammatizzando e ricordando. I proverbi erano delle pillole di conoscenza che aiutavano a riflettere. Spaziavano dal calendarizzare la quotidianità o la stagionalità, fino a giungere all’educazione civica. I pellegrinaggi intensi momenti di ringraziamento e di preghiera per il futuro. Un ciclo sempre attivo che non prevedeva una fine, una pensione. Si alleggerivano anche le malattie, con malocchi, streghe, portafortuna e ricorso all’erboristeria selvatica.


La generazione della seconda guerra mondiale è anche quella del logos beat. Andare alla ricerca dell’ultimo, del più brutto per ricavarne, anche da esso, la bellezza da sintetizzare con la sinfonia del creato. È bello, commovente, interessante e innovativo leggere la parola inglesizzata “winn’l”, battitore per la mietitura. Una poesia raccolta in una sola parola.

La vita erat, est, fuit, era, è, fu, diventa erit, sarà, perché non c’è nella storia, uno sviluppo economico se non a partire dalle origini. Ogniqualvolta si pone una recessione, è necessario fermarsi, voltarsi, iniziare dalla base e ricostruire. Alla base c’è sempre la terra, madre che permette l’accoglienza della vita, come Papa Pio XII precisò agli sposi nell’udienza del 7 aprile 1943. Così il piccolo Luigi, alla fine del suo viaggio, si vede ringraziato dal figlio del benestante per avergli presentato la ricchezza.


Le due appendici sono il sonetto del self-made-man realizzato che chiede di ritornare alle sue origini, perché sepolto nel terreno, si sente disteso su un cuscino morbido, protetto come il nocciolo di una ciliegia. La seconda è un ricordo visivo, di foto di personaggi e di vita che concludono e arricchiscono la memoria e invitano a non dimenticare.