Quando la maglia del Benevento calcio finisce nel tritacarne di una campagna elettorale

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Tocca difendere l'indifendibile Matteo Salvini e il suo diritto a condurre una campagna elettorale secondo inclinazioni e calcoli, i più vari. Anche il calcolo, ovviamente, di non prestare la dovuta attenzione alla salute pubblica nell'improvvisato sipario-comizio in via Traiano e di (tentare di) esprimere simpatia calzando una maglietta con i colori della squadra del cuore dei cittadini di Benevento. Se non lo ha compreso una senatrice della Repubblica come Danila De Lucia (ha postato su facebook un sintomatico: “Profanata la sacra maglia giallorossa”), che piega all'inclinazione politica il suo manierato sdegno, poteva accadere che non lo comprendessero i tifosi della Curva Sud che, quando parlano della maglia indossata dal leader della Lega come di un “turpe gesto” (addirittura), fanno più politica di quanto credono denunciando (Ottopagine) non “una presa di posizione politica” perché “è un mondo dal quale siamo stati sempre alla larga”?

La vicenda dei tifosi 'oltre' la politica non regge.
Oltre il tono adottato, infatti, non certo conciliante (“...invitiamo gli artefici di questo triste episodio a fare mea culpa, consapevoli di aver infangato la nostra gloriosa maglia e il buon nome del Benevento Calcio”) e l'abuso della retorica tipico della circostanza (la maglia non è “un semplice pezzo di stoffa, ma il fulcro cardine della nostra passione che non può essere strumentalizzata per deliranti campagne elettorale “), c'è una condizione di vita e non certo 'l'attività' di tifosi: quella del cittadino che partecipa ai destini della sua città. E quindi fa politica e opera delle scelte a favore o contro, il cui prodotto o sottoprodotto può essere tanto Mastella quanto la Lega e Salvini. In tale logica tutto si tiene: che un politico indossi una casacca sportiva per mero opportunismo elettorale e che sportivi indossino una casacca politica pur prendendo da essa le distanze. G.F.