Benevento Città Spettacolo ha toccato il fondo. Per non continuare a scavare è doveroso cambiare

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La quarantunesima edizione del Festival “Benevento Città Spettacolo” ha scontato il peccato originale delle limitazioni ai tempi del Covid 19, ma non di quelle al budget economico, almeno pari a quello degli anni scorsi e che di conseguenza non può essere invocato come palla al piede nel processo di stesura del programma artistico. Si trattava, in quest'anno così particolare, soprattutto di vincere una scommessa: conciliare l'inclinazione nazionalpopolare impressa al Festival dalla ineffabile guida del direttore artistico Renato Giordano con la sua 'mission' di vetrina politica. Perché è in particolare nei quattro anni dell'amministrazione Mastella che si è pigiato il piede sull'acceleratore dello snaturamento della rassegna - salto nel buio della qualità -, ingabbiata nel rapporto ritenuto indissolubile fra la gente radunata nelle piazze di autori talora di dubbio rilievo e chi ha inteso farsi riconoscere il merito del piacere legato ai numeri dell'afflusso.

Da interventi sulla stampa locale – e un riscontro lo ha dato Gazzetta di Benevento -, s'apprende, con motivazione artificiosa, che il direttore Giordano non darà vita alla tradizionale conferenza stampa di bilancio (passerella assieme ai suoi mentori politici): “Dovrei dire solo bene”, la frase a effetto (grottesco) alla base della scelta. In realtà, si può e si deve soltanto dire che Città Spettacolo quest'anno non ha assolto alla sua funzione principale: fare da traino alle ambizioni elettorali mastelliane in vista delle Regionali di settembre. Il racconto, stavolta, avrebbe assunto proprio i contorni della favola, la quale – come sappiamo - ha il feroce potere di rendersi credibile sotto il profilo morale, e certo non conviene avere coscienze allertate in vista di un voto.

Ma la quarantunesima edizione del Festival si segnala, e va segnalata, come la peggiore di tutte quelle finora in archivio: sottratto il bagno di folla al leader carismatico, al direttore artistico non è rimasto che rifugiarsi in qualche intemperanza verbale in sede di analisi del programma e delle critiche ricevute. Avendo mancato l'occasione di misurarsi con un evento intersecatosi con un altro imprevedibile evento come il virus, ha proposto il programma e il sé stesso di sempre, dimostrandosi privo di quella necessaria duttilità che le circostanze straordinarie imponevano. Dunque, un anno fallimentare dal punto di vista politico e culturale, per la Rassegna ideata nel 1980 da Ugo Gregoretti, improvvidamente citato da Giordano in più d'una occasione.

E' questo il motivo della sua partenza strombazzata e del suo arrivo in sordina, quasi a cancellarla – sostituendola magari con qualche multa a leader politici nazionali - dalla memoria breve dei beneventani che andranno alle urne.

C'è comunque la certezza del fondo toccato e tuttavia della possibilità di risalire piuttosto che scavare, purché il sindaco di oggi, che – per carità – potrebbe essere anche quello di domani e dei prossimi 5 anni, s'avveda che il ruolo dell'aedo per Renato Giordano è ormai un lusso che non può più permettersi.