Tra i miti e la storia: attraversare il pericoloso stretto di quella che sarà la famigerata estate 2020

- Cultura Spettacolo di Anteo di Napoli

L’estate 2020 volge al termine e chi scrive, come tutti, spera di poterla archiviare nel cassetto della memoria dedicato alle pagine nere dell’esistenza. Si tratta di pagine che vanno comunque conservate e non cestinate, affinché il ricordo di questi inimmaginabili mesi possa servire quantomeno a fissare nuovi parametri di ciò che è veramente importante nelle nostre vite.

L’estate è trascorsa nel difficile tentativo di conciliare la prudenza che si impone verso il rischio di infezione da Covid-19 con la necessità di ritornare in qualche modo a vivere.

Una ricerca di equilibrio che ci ha trasformato in novelli Argonauti, i “supereroi” della mitologia greca (c’erano praticamente tutti quelli dell’era pre-omerica) che, guidati da Giasone, si recarono nella Colchide (l’attuale repubblica caucasica della Georgia) alla conquista del vello d’oro. Tra le tante imprese che dovettero compiere vi fu l’attraversamento del Bosforo, che nell’antichità costituiva una sfida mortale per le navi che commerciavano tra Egeo e Ponto Eusino (Mar Nero). La rappresentazione mitologica dei rischi dell’attraversamento dello stretto erano le Simplègadi, due enormi scogli semoventi che si aprivano e chiudevano come una morsa impedendo alle navi di passare. La nave Argo, che trasportava i mitici eroi, fu la prima che riuscì nell’impresa, grazie al suggerimento di Fineo, un veggente che gli Argonauti avevano salvato dalle terribili Arpie: lanciare una colomba verso le Simplegadi e, se questa fosse passata indenne, remare a tutta forza per oltrepassarle prima che si richiudessero.

Siamo meno fortunati degli Argonauti, in quanto, nonostante l’abbondanza, soprattutto sul web, di “veggenti” oscillanti tra ottimismo e catastrofismo, non sappiamo come e quando riusciremo a completare l’attraversamento delle Simplegadi del Covid-19.

Non ho ancora narrato al mio nipotino Francesco il mito degli Argonauti, che quest’estate ha invece familiarizzato con le vicende di Calipso e di Circe. La parola “Ogigia”, l’isola dove Ulisse fu piacevolmente trattenuto dalla ninfa, gli provoca un’immediata ilarità, mentre la vicenda dei compagni dell’eroe, trasformati in maiali da “Cicce” (così pronunzia il nome della maga), un po’ lo sconcerta.

Un’estate senza mare non può probabilmente definirsi tale e così, mia moglie e io, ci siamo concessi una fugace vacanza lungo coste eternate dai poeti sommi della letteratura greca e romana, Omero e Virgilio. Dall’eroe dell’Eneide prende il nome il tratto di costa tra Pratica di Mare e Lavinio, dove il profugo, sia pur semidio, troiano giunse insieme al figlio Ascanio, prologo mitologico alla nascita di Roma. La riviera di Ulisse è di fronte al promontorio del Circeo, dove la tradizionale interpretazione del mito omerico colloca la dimora della maga Circe, nonostante l’Odissea si riferisca a un’isola di Circe; tuttavia, la striscia di terra che collega il Circeo alla terraferma è talmente sottile che da lontano il promontorio sembra proprio un’isola. La costa di Enea e la riviera di Ulisse sono inframezzate dalla costa di Nerone, dal nome dell’imperatore, nato il 15 dicembre del 37 dopo Cristo ad Antium, coincidente con le attuali città di Anzio e Nettuno che si sviluppano senza soluzione di continuità. L’imponente villa di Nerone ad Anzio, a picco sul mare, testimonia il passato imperiale.

È prematuro parlare a Francesco della controversa figura dell’imperatore anziate, a mio parere molto diffamata. Ho dovuto necessariamente comunicargli, invece, la scoperta, fatta sul web nei giorni della vacanza, che Anzio, a detta dello storico Xenagora, sarebbe stata fondata da un personaggio mitologico di nome Anteo!
Lo stupore “ha raggiunto l’eccedenza”, quando ho pure appreso che questo Anteo, da non confondere col gigante figlio di Gea ucciso da Ercole, era figlio di Ulisse e della maga Circe!

Anzio e Nettuno sono due località davvero belle e non a caso, nei primi del Novecento, sono divenute la meta di soggiorno di note famiglie dell’alta borghesia romana, come testimoniato dai molti villini che punteggiano la costa. Ma furono anche il teatro di uno dei più cruenti episodi della Seconda Guerra Mondiale, lo sbarco anglo-americano il 22 gennaio 1944. Ci si proponeva di aggirare la linea Gustav, che gli alleati da mesi non riuscivano a sfondare, e raggiungere rapidamente Roma distante 50 km. La furibonda controffensiva tedesca e le esitazioni alleate determinarono il fallimento dell’operazione e solo quattro mesi dopo gli anglo-americani riuscirono ad aprirsi la strada per Roma, dove entrarono il 4 giugno. La più evidente testimonianza dei cruentissimi mesi di scontri sono i numerosi cimiteri di guerra, a partire da quello americano di Nettuno, monumentale, dove riposano migliaia di soldati ai piedi di croci (ci sono anche stelle di Davide) ordinate in settori contrassegnati dalla prima lettera del cognome dei caduti. Una visita che lascia il segno e che consiglio, come pure quella al piccolo ma interessante museo dello sbarco di Anzio, ospitato nella seicentesca Villa Adele, insieme a un delizioso museo archeologico. Nel museo hanno un certo rilevo foto e ritagli di giornale che si riferiscono a Roger Waters, leggendario musicista dei Pink Floyd, che non ha mai conosciuto suo padre, morto proprio durante lo sbarco di Anzio (alla vicenda è ispirato l’album “The Final Cut”).

La persona addetta al museo, nel rievocare gli eventi bellici, ha detto una frase che mi è parsa tanto più forte perché espressa in maniera del tutto priva di colorazioni politiche e che provo a riassumere: “Di quello che è successo qua, delle decine di migliaia di caduti, nessuno si ricorda più. Da quando non ci sono più i partigiani, si è persa la memoria. I giovani non sanno più nulla e forse per questo sono affascinati da nostalgie per tempi così bui”.

Il tema della memoria che dolorosamente svanisce mi è tornato in mente nel corso della visita all’isola di Ponza, la principale dell’arcipelago a cui dà il nome comprendente anche le isole di Palmarola, Zannone, Gavi, Ventotene, Santo Stefano. Appena sbarcati nella bellissima Ponza, mia moglie mi ha fatto notare, stupita, il forte accento napoletano degli abitanti e la predominanza di cognomi napoletani sulle porte delle case e sui negozi. “Ma non siamo nel Lazio?”, mi ha chiesto. “Solo amministrativamente, le ho risposto. Queste isole sono appartenute per secoli al Regno di Napoli (poi Due Sicilie), sono state popolate dagli ischitani e sono rimaste napoletane fino a quando dal fascismo furono assegnate alla nascente provincia di Littoria (odierna Latina) insieme a tutto il Lazio meridionale (Gaeta, Formia, Sora, Itri per citare i centri più importanti). Quanto durerà la memoria e l’identità storica e culturale di queste terre?

Qualche anno fa, durante una visita a una delle isole ponziane, l’allora presidente del consiglio, Matteo Renzi, tifoso della Fiorentina ma precursore della “captatio benevolentiae” di stampo calcistico, salutò con “Forza Roma” un gruppo di ragazzini che giocavano al pallone, per sentirsi rispondere: “Forza Napoli”!

Anche piccoli episodi come questo mi convincono che il vero referendum da proporre sarebbe quello che manda a casa un politico che non conosce la geografia e la storia.