Il diario dell'Argonauta - Il vello d’oro da conquistare, tra sogni e realtà quotidiana

- Cultura Spettacolo di Anteo Di Napoli

“Annunciazio’, annunciazio’”, è il titolo di un famosissimo sketch della “Smorfia”, leggendario trio comico costituito da Massimo Troisi, Lello Arena ed Enzo De Caro. Ebbene, questo articolo terminerà proprio con una piccola “Annunciaziò”. Ma andiamo per gradi.

La “Smorfia”, come è noto, è anche il nome di un libro che traduce i sogni in numeri, da 1 a 90, quasi indispensabile per il gioco del Lotto. In letteratura (non mi riferisco a quella scientifica, che pure avrebbe da dire in merito), soprattutto napoletana, sono ampiamente descritti gli effetti di cene abbondanti sulla produzione di sogni, indispensabile “strumento di lavoro” per giocatori “professionisti” …

Durante i mesi di lockdown, mia suocera ha abitato a casa nostra, circostanza felice con un unico effetto collaterale. È una cuoca eccelsa, ma è convinta che ogni pasto sia quello del giorno di Natale. Risultato netto (da intendersi senza vestiti): peso al limite delle tre cifre. Pertanto, alla fine del lockdown, mentre mia suocera rientrava in Molise, il sottoscritto tentava, con maggiori difficoltà, di rientrare nei vestiti… Mi sentirei, pertanto, di escludere che i sogni nelle notti dell’ultimo fine settimana siano nati a tavola.

Sogno numero 1.
Ero al matrimonio di due amici, Anna e Matteo, che dopo più di vent’anni di convivenza e con figli già universitari avevano deciso di sposarsi. Nella realtà il loro matrimonio è avvenuto nel 1997! “Per questo è un sogno”, potremmo dire con le sorelle Finizio che in “Così parlò Bellavista” così replicavano all’esasperazione del gestore di un Banco Lotto, il quale spiegava loro che la Smorfia non contemplava “bersaglieri a cavallo” in quanto inesistenti. Tra gli invitati al matrimonio del mio sogno ho riconosciuto solo due persone, a me molto care e non più tra noi: zio Ovidio, fratello di mia madre, e un carissimo amico padulese, Luigino. Giovani e in piena salute, con un abbigliamento tipicamente estivo, non certo da matrimonio, che nella realtà non hanno mai conosciuto i miei amici sposi.

Al mattino, ho trovato, senza eccessiva difficoltà, il nesso tra i protagonisti del sogno. Gli “sposi” sono stati miei compagni di università al ‘Gemelli’ e Matteo è stato in assoluto il primo collega che abbia conosciuto. Abbiamo poi condiviso tutti e tre l’indimenticabile esperienza di volontariato alla Caritas. Zio Ovidio e Luigino mi accompagnarono, rispettivamente all’andata e al ritorno, nel tragitto da Paduli alla stazione di Benevento, quando andai a sostenere il test di ammissione e furono le prime persone che informai dell’esito positivo. Un esito che ha rappresentato la classica “sliding door” della mia esistenza. In caso contrario credo che avrei ceduto alle lusinghe del mio grande amore per la storia e mi sarei probabilmente dedicato in maniera professionale alla scrittura.

Sono grato a Carlo Panella per avermi dato l’opportunità di dare spazio alla mia passione, da direttore del Quaderno e del Vaglio, le due testate che ha fondato. Negli ultimi mesi mi ha spesso pungolato, a causa del progressivo scemare della mia produzione. Forse il “sogno numero 1” (omaggio a Bob Dylan, il cui ascolto accompagnava quegli anni) voleva ricordarmi quella “sliding door”, indicandomi di non chiudere nuovamente la “porta del cuore”, aperta grazie a Carlo.

Sogno numero 2.

Mi trovavo su una spiaggia nei pressi di Los Angeles (“per questo è un sogno”, si veda sopra) insieme a mia moglie, da qualche lettore più assiduo assimilata a quella del tenente Colombo, citata sempre senza però apparire mai. Vi era una folla di giapponesi accanto a un autobus da turismo, due elementi caratterizzanti molti momenti della nostra vita di coppia e anche dei miei articoli. Vi era animazione perché sulle scale della porta anteriore dell’autobus vi era Frank Sinatra, vestito di bianco, che salutava agitando un cappello da cow-boy. Mi apprestavo a raccontare l’accaduto sulla mia pagina Facebook, ma per quanti sforzi facessi non riuscivo a procedere nella scrittura. Infatti la pagina altro non era che la bianca sabbia della spiaggia, sulla quale era posata una rete da pescatore che una mia amica, Nicoletta, tirava via continuamente, col risultato di cancellare quel che scrivevo.

In comune col sogno precedente c’è il giro di amici che me la fece conoscere. Il cognato era stato mio compagno di corso e collega come obiettore di coscienza in Caritas. In quegli anni ci frequentammo, prima di perderci un po’ di vista. La stimo molto per la solidità della sua struttura morale e, oltretutto, è anche un’assidua lettrice dei miei articoli.

Ho interpretato l’episodio del sogno proprio alla luce di queste due caratteristiche, come un invito a non sprecare tempo a scrivere su Facebook (nonostante ci fossimo ritrovati proprio grazie al social network), ma a dirottare altrove le mie energie. È molto probabile che nel sogno Nicoletta abbia messo in scena il medesimo consiglio che Carlo, più in veste di fraterno amico che di direttore, mi aveva dato nei giorni precedenti.

Quando, infatti, gli ho raccontato i sogni, abbiamo deciso di non frapporre ulteriori indugi e inaugurare una nuova rubrica sul Vaglio, fatta di testi brevi, per commentare in poche righe “semiserie” avvenimenti riguardanti, direttamente e indirettamente, le mie giornate, con una cadenza più continua di quella degli “articoli lunghi”, come il presente, che comunque continuerò a scrivere.

Il titolo della rubrica sarà “Il diario dell’Argonauta”, imbarcando il sottoscritto come “51° eroe” sulla mitica nave Argo. Il vello d’oro da conquistare sarà l’interesse dei lettori. Si parte per la Colchide!