Il Diario dell'Argonauta. 6 - Scendendo da Proietti a Toti, ripensando ai miei genitori

- Opinioni di Anteo Di Napoli
Gigi Proietti
Gigi Proietti

L’umore nero al risveglio, conseguenza della sconfitta del Napoli di ieri, si è ulteriormente incupito alla notizia della morte di Gigi Proietti. Inutile aggiungere la mia voce alle unanimi e sacrosante celebrazioni dell'artista, scomparso nel giorno dell’ottantesimo compleanno. “Nascere è morire nello stesso giorno lo poteva fare solo Mandrake”, hanno scritto sui social, con esplicito riferimento al suo personaggio più popolare, interpretato in “Febbre da cavallo” di Steno. La “mandrakata” è andata in scena il 2 novembre, giorno dei defunti. “La data è quello che è”, ironizzava sul suo genetliaco, con quel pizzico di scaramanzia tipico della gente di spettacolo.

Un fulmineo cortocircuito mi ha fatto ricordare come l’unica volta che sono andato a teatro insieme ai miei genitori, fu per assistere a un suo spettacolo al Teatro Massimo di Benevento, nel 1983: era il mio compleanno. Gigi Proietti li raggiunge proprio nel giorno in cui senza questa maledetta pandemia avrei portare un fiore sulle loro tombe.

“Non ti azzardare a venire”, avrebbe detto mia madre. Ieri ho pensato ai suoi tanti anni di calvario per la malattia, su cui provava a ironizzare ricordando anche i costi per lo Stato.

“Non indispensabile allo sforzo produttivo del paese”, avrebbe aggiunto, citando amaramente le parole del governatore della Liguria, Giovanni Toti. Poi si è smentito, ma resta il fatto che ha affermato la possibilità di una differenziazione tra le persone in base alla capacità produttiva. Tutta da definire, tra l’altro.

Mio padre, morto a 94 anni, ha prodotto pensiero fino alla fine. Il proverbio africano, postato sui social in risposta al governatore, che recita: “Ogni volta che muore un vecchio, una biblioteca brucia”, sarebbe applicabile alla lettera alla sua vita, dedicata alla lettura e alla sua biblioteca. All’insaputa di se stesso, Toti non si è reso conto di usare esattamente la stessa logica di chi ad Auschwitz avviava gli internati ai forni o al lavoro. E pensare che si è arrivati a tanto, partendo dal considerare “buonista” un’offesa.