Nicola Sguera: le ragioni di una scelta. La mia "guerra" continua, ad altri il compito di guidare Benevento

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Nicola Sguera
Nicola Sguera

Sin da quando ho abbandonato contestualmente Movimento 5 Stelle e Consiglio comunale, dopo l’accordo con la Lega salviniana per me ben più che inaccettabile (moralmente prima che politicamente), amici della più varia collocazione mi hanno cercato per coinvolgermi in questo o quel progetto politico. Ho ripetuto in questi due anni che la mia vita era concentrata su altro. Ora queste sollecitazioni si stanno moltiplicando. Alcuni ritengono che sia un peccato dilapidare un patrimonio di oltre 800 voti (e mi ferisce pensare che ci sia chi crede che i voti “siano” di qualcuno), altri probabilmente hanno apprezzato il mio lavoro, altri ancora hanno una stima di me che viene da antica frequentazione.

In questi due anni io sono cambiato in un mondo che cambia impetuosamente. Ora il mio “servizio civile” è dedicarmi a cosa fragili e preziose: la mia famiglia, i miei alunni. Non rinnego l’impegno politico. Al contrario, ammiro chi vi si dedica. Io non ho energie per farlo in questo momento. Ho disertato anche quello spazio abitato con passione agonistica per un decennio, che credevo essere una nuova agorà, scoprendo invece che si tratta di un pulpito atto ad alimentare quell’«autismo corale» (Arminio), che contagia anche i migliori di noi, e a nutrire ego ipertrofici di cui la nostra piccola città abbonda. Parlo dei social, ovviamente, che la politica locale e nazionale ha eletto a sfera privilegiata della comunicazione. Un ripensamento di quegli strumenti è tra i compiti doverosi del prossimo futuro.

D’altronde, non saprei agire lo spazio della polis senza un orizzonte “alto” di riferimento, come lo sono stati (per me!) la “sinistra radicale” (scomparsa con suicidio assistito nel 2008 ad opera di Bertinotti e Veltroni) e il “populismo” del M5S (suicidatosi nel 2018 come movimento di lotta per diventare partito di governo “a prescindere”). La politica non mi interessa come gestione dell’esistente né come autopromozione. O essa serve a migliorare quella parte di mondo che abbiamo avuto in sorte o è meglio fare altro, divenendo essa “dipendenza” (nel migliore dei casi), tutela di interessi personali o di lobby nel peggiore.

Non sono e non sarò mai fautore di un «vivi nascosto». Rivendico, però, il diritto di dedicare la prossima fase della mia vita ad altro, ivi compreso il tentativo (sempre da riprendere) di capire il mondo odierno, per evitare, come scriveva Anders, che esso cambi senza di noi.

Sono uno sconfitto. Indubbiamente. Gli ideali su cui ho investito nell’ultimo decennio si sono degradati (qualcuno invece parlava di “biodegradabilità” della politica 2.0…).

Eppure il nucleo vitale in nome del quale ho sempre agito (la giustizia sociale, la ridefinizione dello spazio e delle categorie della politica, la salvaguardia dell’ambiente) è attuale quanto mai in questo passaggio d’epoca apocalittico-rivelativo scosso tra crisi sistemiche: una crisi economica, una crisi ecologica, una crisi energetica, una crisi psichica, una crisi medico-sanitaria. Un Mazzini emozionante, citato anche in Noi credevamo (film che mi consente di comprendere, autobiograficamente, come buona fede e illusione possano convivere a partire dal suo titolo anfibologico), scriveva: «Quand'anche le vostre speranze fossero state deluse non sette volte, ma settanta volte sette, non rinnegate mai la speranza... Quando un tentativo s'è fatto e non è riuscito, bisogna guardarsi attorno, e guardarsi dentro, e riflettere attentamente, e scoprire, e confessarsi gli errori commessi, e veder d'onde vengono, e cercar le vie che potrebbero ripararli, poi ricominciare da capo, e una terza volta, e una quarta, e finché si riesca. La nostra è guerra, guerra mortale: guerra che si combatte secretamente da anni, da secoli, e volete vincere alla prima battaglia...».

Per ora io mi sto «guardando dentro» e sto «riflettendo attentamente». La mia “guerra” continua tenendo al riparo la mia famiglia da un invisibile nemico e garantendo, pur nella “distanza” imposta dagli eventi, ai miei allievi quella formazione senza la quale andrebbero disarmati incontro al futuro incerto quanto mai. Ad altri, nei prossimi anni, l’onere di guidare questa città, questo Paese. A loro il mio augurio di buon lavoro, e l’auspicio che sappiano essere all’altezza della sfida epocale.