Il Diario dell'Argonauta. 54 - Cales: storia di un amore e di un’amicizia

- Cultura Spettacolo di Anteo Di Napoli

Tra Silver Mele, giornalista televisivo molto noto soprattutto in Campania, e il sottoscritto è stata “amicizia a prima vista”. Eravamo vicini di tavolo nell’albergo di Dimaro dove risiedevamo nel luglio 2019 per seguire il ritiro del Napoli. La lettura del suo libro, “Cales, il grande oltraggio”, fatta quasi per “dovere amicale”, oltre a tanto altro che proverò a trasmettere, mi ha anche spiegato il perché di quella “scintilla”.

Siamo entrambi privi del cosiddetto “istinto del killer”, che sarebbe fondamentale per primeggiare, incapaci di esercitare spietatamente il potere che ci è toccato gestire. Scrive Silver: “Un limite enorme? Credo di sì. Per indole tenera? Sono certo di no. Per rispetto estremo dei sacrifici altrui, della dignità che dovrebbe accomunare tutti. Rischiando spessissimo di finire quasi gabbato sulla linea del traguardo da chi per chilometri e chilometri magari è stato sulla ruota. Nei momenti successivi, amari e intrisi di delusione, mi dicevo la gara l’hanno vista tutti… apprezzeranno il fatto che c’ho messo l’anima”.

E come non ritrovare me stesso anche in un’altra descrizione: “Dovessi aver vissuto per i consensi, oggi condurrei su palcoscenici da lauta, molto lauta prebenda. Che invece amor proprio e benessere dell’anima valgono milionari conti in banca. Folle? Un po’ folle. Ma vero”.

Avevo seguito le sue battaglie per il recupero dell’area archeologica di Cales, saccheggiata dai tombaroli e ridotta a immonda discarica, che aveva portato sui social e a Striscia la notizia, “senza altri fini se non il rispetto della memoria, di un passato tanto grande da non meritare l’oblio oltraggioso per il quale, all’imbocco della città che strabiliava un tempo Catone, Strabone, Orazio, oggi di antico ci sia rimasto soltanto il mestiere meretricio”.

Denunce coraggiose contro “i sicari della memoria”, orde barbariche, come quelle dei Vandali di Genserico che distrussero Cales nel 455 d.C.: “Appare inverosimile che un’organizzazione come quella dei Casalesi, che ha un controllo capillare del territorio e i cui tentacoli avvinghiano tutti i comparti leciti e illeciti dell’economia locale e nazionale, lasci a isolati tombaroli i profitti degli scavi clandestini e del traffico illecito di reperti archeologici”.

Cales, “la più negletta delle città antiche della Campania”, fu capitale degli Ausoni prima e della Campania romana poi. Più antica di Roma, se è vero che Virgilio ricorda nell’Eneide l’aiuto prestato a Turno, re dei Rutuli, contro Enea e Latino. Tanto opulenta da battere moneta, il caleno, controllava la via Latina, più antica e unica direttrice tra Roma a Capua prima dell’apertura della via Appia nel 312 a.C, e oggi seppellita dal viadotto dell’Autosole…

Tito Livio racconta che le legioni di Marco Valerio Corvo espugnarono Cales nel 336 a.C., difesa da mura alte trenta metri, quasi senza colpo ferire, in quanto i Caleni, ingannati da una finta ritirata romana, si diedero alle gozzoviglie e furono presi nel sonno, ubriachi.

Un episodio che Silver Mele legge come metafora dell’accettazione passiva del furto della propria identità da parte di un popolo che “storicamente predisposto al disastroso e passivo senso di sconfitta, finisce perfino per prediligere lo stato mentale di colonizzato”. Un’invettiva che richiama esplicitamente il “quando vi desterete?” dell’abate Mattia Zona, che per primo nel 1820 provò a porre rimedio allo scempio della memoria di Cales.

“E noi dove eravamo? Dove siamo tuttora?”, incalza Mele, raccontando il sacco dell’Ager Calenus messo in atto dal marchese Josè de Salamanca y Mayol negli anni immediatamente seguenti l’unità d’Italia. “Pioniere delle ferrovie di Spagna, un filibustiere che a capo di decine e decine di uomini passò al tappeto tutta l’area, rendendola gruviera, per un totale di migliaia di reperti archeologici”, un “bottino incalcolabile” conservato al Museo Archeologico Nazionale di Madrid.

Ma il libro di Silver Mele è fondamentalmente una storia d’amore senza lieto fine, forse differito a generazioni migliori: “C’è da tramandare ai ragazzi la nostra stessa appartenenza. Si è perso il culto della discendenza, cosa pericolosissima perché è noto il limite di chi non conosce la storia”.

Non a caso, più volte propone il parallelo tra la propria terra e la donna amata. Ad esempio quando racconta dell’ostilità (eufemismo) che ha spesso accompagnato le sue denunce, “quasi come se si volesse tenere nell’oblio la vergogna per aver consentito ai predoni di violentare le vestigia di Cales, profanare le tombe, saccheggiare la memoria più ancora che i sepolcri come si fa con la donna amata. Per la quale bisognerebbe naturalmente immolarsi”.

È un amore senza riserve, iniziato da studente di Lettere alla Federico II: “La telecamera Sony 170 era dura come l’acciaio e mi capitava ormai di impugnarla quasi fosse un gladio nelle perlustrazioni folli dei crateri abusivi dei tombaroli o nello scempio sottostante il Ponte delle Monache. Esempio unico in Europa, questo ponte scavato nel tufo era divenuto una discarica a cielo aperto, punto di indegna raccolta per pneumatici d’auto, trattori, camion ormai usurati”.

E con occhi da innamorato ci racconta della certezza espressa dagli archeologi che “lì sotto se si scavasse verrebbe fuori una città più grande di Pompei”: “Ma pensate un po’, immaginiamo insieme. Quando entri nel teatro non puoi non farlo. Se i camerini sono tre quattro metri sotto i nostri piedi, qui attorno per svariati ettari di terreno non deve esserci la città?”.

E proprio come a un innamorato deluso si consiglia di lasciar perdere, di ritentare altrove, Silver si è sentito dire tante volte: “Perché stai lì? Non è più comodo stare in città? Sai quanto stress elimineresti? Folli, neppure immaginano. Significherebbe rinunciare al piacere stesso di immergersi nella dolcezza di un territorio favoloso. Unico, tale da conquistare Cicerone che si tuffava almeno due tre volte all’anno nei tepori delle Terme del Foro”.

Scrive il mio amico, parlando anche in mia vece: “La vista di ciò che è antico dona una specie di piacere che solo anime nobili possono avvertire. Perché in quei ruderi si riconosce l’uomo, che come noi e prima di noi ha vissuto, sperato, sofferto. Che parla una lingua che non si può descrivere, che si sente come si fa ascoltando la musica e che trasmette direttamente all’anima”.

Ma caro Silver, sappiamo entrambi, per dirla con Chesterton, che “stiamo morendo per mancanza di meraviglia, non per mancanza di meraviglie”.