La Costituzione è volutamente antifascista e non anticomunista

- Opinioni di Teresa Simeone
Umberto Terracini
Umberto Terracini

La nostra Costituzione è antifascista. Lo è perché nasce con l’intento di dare al popolo italiano una carta in cui fossero fissati i suoi valori condivisi e per stabilire che mai più l’Italia avrebbe dovuto vivere una stagione brutale e antidemocratica come quella del ventennio, con il suo portato di discriminazioni razziali e persecuzioni politiche in nome di un’ideologia aberrante. Fu un’ideologia, ricordiamolo, che si basava sulla superiorità della forza e sull’uso della violenza come cifra identitaria del fascismo stesso, quello squadristico, strumento di “persuasione” e di umiliazione dell’avversario; sugli effetti pervasivi di una propaganda che interveniva sin dal concepimento e impediva spazi di autonomia, fisica e mentale; sull’aggressione coloniale a paesi sovrani; sul machismo ostentato e sul patriarcato più anacronistico con cui s’imponevano modelli culturali degradanti. Sulla trasformazione di cittadini in sudditi. E infatti non ci possono essere cittadini in un regime totalitario che, per quanto “imperfetto”, per la presenza della monarchia e della Chiesa, secondo la ben nota definizione di Giovanni Sabbatucci, rimaneva coercitivo e costruito sul controllo di ogni aspetto della vita civile.

Sarà tale ideologia a dare l’assenso, e non solo formale, a un’altra dittatura, quella franchista, nonché ad aggredire paesi, balcanici e africani, per puro spirito di potenza.

Sarà tale ideologia a trascinare l’Italia nella più grave tragedia del Novecento e a renderla complice nell’ignominia della Shoah e della deportazione di quanti erano considerati subumani nei campi di concentramento e di sterminio.

Sarà tale ideologia, rinata nella RSI, a rendere collusi i fascisti nelle stragi che hanno insanguinato il nostro paese (Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, solo per indicare le più famose) e di cui chiunque volesse contezza potrebbe consultare l’atlante dettagliato, nato dal progetto tra il governo italiano e il governo della Repubblica Federale tedesca. http://www.straginazifasciste.it/

Sarà tale ideologia a sentenziare la fine di Giacomo Matteotti, Antonio Gramsci, Piero Gobetti, Giovanni Amendola, Carlo e Nello Rosselli, don Giovanni Minzoni, Leone Ginzsburg, Irma Bandiera, Maria Penna e tutte le altre donne e gli altri uomini che si opposero al suo disegno.

Il ripudio di tale ideologia è l’anima della Costituzione della Repubblica democratica e la percorre in ogni suo articolo, fissandolo nella XII Disposizione transitoria e finale: la successiva Legge Scelba del 1952 e la legge Mancino del 1993 rilanceranno con fermezza tale volontà del popolo italiano. Mai più dovremo rivivere l’abbrutimento dell’essere umano, l’annientamento di corpi e l’annichilimento delle coscienze di quel periodo.

La nostra Costituzione non è anticomunista. Non lo è perché il partito comunista italiano è tra i fondatori della Repubblica, avendo contribuito a liberarla con la lotta partigiana e a costruirne le basi giuridiche con la partecipazione alla stesura della sua legge fondamentale.

Non lo è, come dimostra il fatto che presidente dell’Assemblea costituente fu un dirigente del partito comunista, Umberto Terracini, vittima anch’egli della repressione fascista e perciò confinato a Ponza, che, insieme al capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, e al presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, firmò la Costituzione della Repubblica italiana.

Non lo è perché i comunisti non hanno mai imposto all’Italia una dittatura, anzi l’hanno contrastata. Non solo, ma non hanno mai avuto nemmeno ministri nella prima Repubblica fino al governo Prodi nel 1996, quando molti di loro ormai erano confluiti nel Partito Democratico della Sinistra. Il MSI, invece, fu tenuto fuori dal governo per una conventio ad excludendum dovuta ai riferimenti ideologici del ventennio, fondato com’era «in opposizione al sistema democratico per mantenere viva l'idea del fascismo»[1]. Non rientrava, quest’ultimo, neppure nell’arco costituzionale, di cui facevano parte tutti i partiti, compreso il PCI, che avevano partecipato alla Resistenza, avevano contribuito a scrivere la Costituzione e si erano esplicitamente e convintamente dichiarati antifascisti.

E oppositori i comunisti lo furono senza tentennamenti: è da loro che dal 1927 al 1943 la lotta antifascista fu portata avanti in modo massiccio in patria, con una rete organizzativa clandestina, e in esilio. Pagarono un duro prezzo, se si considera che i due terzi dei condannati dal Tribunale Speciale al carcere o al confino furono comunisti. Non dimentichiamo, inoltre, la grossa rappresentanza nella Resistenza del partito comunista che, confluito nelle Brigate Garibaldi, rappresentava il 60 % delle forze partigiane.

Al fine di liberare il paese dai nazifascisti, esso mise da parte le rivendicazioni di carattere sociopolitico per dare priorità all’interesse generale: anche lo stesso Togliatti, che fu in URSS fino al ’44, quando ritornò in Italia, abbandonò l’idea rivoluzionaria. È a lui che si deve la svolta di Salerno. È a lui che si deve quell’amnistia del 1946, tanto controversa, che liberò migliaia di fascisti, colpevoli di crimini odiosi, pur di arrivare a una pacificazione che consentisse la ripresa di un paese distrutto per le mire imperialistiche dei fascisti stessi. E fu ancora grazie alla sua lucidità che si evitò una rivoluzione sociale quando fu vittima dell’attentato nel ’48. Il suo partito partecipò ai governi pre-repubblicani ma il veto, imposto dagli USA ad Alcide De Gasperi in cambio del sostegno economico americano, escluse poi l’intera sinistra dal governo della prima Repubblica.

La denuncia fatta al XX Congresso del PCUS di Chrusčëv e l’invasione dell’Ungheria nel 1956 scossero profondamente il partito, creando spaccature al suo interno e avviando un processo di dolorosa riflessione e di proposta di una “via italiana al socialismo”, da percorrere democraticamente attraverso l’applicazione integrale della Costituzione.

L’operazione di legare per l’eternità i comunisti italiani allo stalinismo, perciò, non tiene conto dell’evoluzione politica sopravvenuta in seguito alla conoscenza di ciò che era avvenuto in URSS e dei crimini di cui si era macchiato Stalin. Ricordiamo, infine, che fu di un comunista, Berlinguer, l’idea del compromesso storico tra tutte le forze democratiche, socialiste e cattoliche del paese.

Il MSI, invece, già conosceva, quando è nato, i crimini del fascismo e ha volutamente accettato di non sconfessare i riferimenti ideologici del passato, com’è testimoniato dalla presenza della fiamma tricolore.

Scorretto è, dunque, equiparare fascismo e comunismo italiani. Lo è perché le responsabilità storiche non sono assolutamente equiparabili.

Scorretta, politicamente e culturalmente, è anche l’identificazione strumentale dell’intera sinistra con i comunisti, laddove essa include anime riformiste, socialiste e socialdemocratiche che non possono essere definite comuniste se non all’interno di un disegno che miri ad annullare la pericolosità di formazioni neofasciste con la reductio ad unum in un indistinto in cui tutti hanno colpe e dunque nessuno ha colpe.

Eppure, nonostante le evidenti differenze, si continua a generalizzare e a polarizzare il dibattito e, come in un gioco delle parti in cui bisogna rispondere alle accuse (legittime) con le accuse (illegittime), ogni volta che in un qualsiasi contesto si ricordano i crimini del fascismo, si risponde: “E allora il comunismo?”. No, il comunismo in Italia avrà colpe di altra natura ma non può essere equiparato al mostro che, invece, ha combattuto, rimettendoci beni, tranquillità, affetti familiari e vite umane. Non c’è alcuna parificazione. Né storica né politica.

[1] Piero Ignazi, Il polo escluso: profilo storico del Movimento sociale italiano, Bologna, Il Mulino, 1998, p. 412.