Il Diario dell'Argonauta. 55 - Lettera ad Allegra da un suo “coetaneo”

- Opinioni di Anteo Di Napoli
Barcellona - Anni 80
Barcellona - Anni 80

Allegra è una meravigliosa bambina di quasi tre anni, nata nel mio stesso giorno, il 10 dicembre. Andai a conoscerla la sera seguente, 11 dicembre 2019, senza sapere che nel giro di un giorno e mezzo sarebbe cambiato il corso della mia vita. È figlia di Arianna, mia amica carissima, “antidepressivo naturale” per simpatia e vitalità, tanto che a volte la chiamo scherzosamente “la Monica Vitti di Anzio” (sua città di origine), perché la ricorda, anche nell’aspetto fisico. Proprio dopo aver preso un caffè sulla spiaggia di Anzio, con Arianna, Azzurra e Francesca (citate in ordine alfabetico), ebbi l’idea di far nascere il mio “Diario dell’Argonauta”.

In questo articolo, parlando di Arianna, è come se ritornassi a quella “costa” da cui era partita la mia “spedizione verso l’interno”. Una “anabasi” la mia che però non ha potuto gridare “Thálassa! Thálassa!”, come i Diecimila di Senofonte alla vista del Mar Nero.

Pochi giorni fa ho rivisto Allegra nel Parco di Colle Oppio, dove era andata a giocare coi genitori. Le ho regalato un orsacchiotto che abbiamo chiamato “Teo”, come fa da sempre mio nipote Francesco. La madre mi è venuta incontro all’ingresso del parco, rivolgendomi una domanda a bruciapelo: “Mi devi dire come hai fatto a dimagrire così tanto”. Le ho spiegato che per perdere 16 chili (da 103 a 87) è necessaria una motivazione fortissima, senza la quale non si può sopportare, soprattutto nei primi mesi, la combinazione “fame e palestra”.

Nel raggiungere Gabriele, suo marito, e la bambina, mi ha così annunciato: “Ecco Anteo, anzi quel che ne resta”, volendo riferirsi ai chili persi. In realtà, per la seconda volta nella nostra vita, ha “scannerizzato” il mio stato d’animo, come aveva fatto il 6 aprile 2019, a Palazzo dello Spagnuolo. Arianna aspetta un bambino ed era in dolce attesa anche quel giorno, pur non essendone ancora consapevole. Forse è una peculiarità di chi ha dentro una vita, la possibilità di leggere nell’animo altrui.

In effetti “quel che resta di Anteo” è un’affermazione dalla quale potrei anche sentirmi descritto. Nelle ultime settimane mi capita di pensare a questo periodo della mia vita come quello successivo a una “Kaiserschlacht”. Si tratta dell’offensiva suprema sostenuta dall’esercito imperiale tedesco nella primavera del 1918, strategicamente senza alcuna speranza di successo, nel corso della quale l’esercito del Kaiser esaurì tutte le proprie risorse. Esattamente quel che accade quando sei reduce da un impegno in cui metti tutto te stesso.

Ma le battaglie non si combattono soltanto se le puoi vincere, a volte servono a lasciare una testimonianza, che è come un fiume carsico: si inabissa e poi può emergere chissà dove, chissà quando; ma intanto crea grotte meravigliose che sfideranno i millenni.
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Parlando di “fame”, apro una parentesi su un viaggio “iniziatico”, in Catalogna, fatto nell’agosto 1988 (un anno prima che Arianna nascesse), con Alfonso, l’amico del cuore, e Angelo, altro amico fraterno. Un viaggio che fu poi così riassunto: “Partenza in aereo, ritorno con mezzi di fortuna”.

Sbarcammo all’aeroporto di Barcellona senza avere alcuna meta precisa. Ci avvicinammo a una cartina geografica, poggiammo una matita e la sorte scelse Blanes, dove alloggiammo all’ostello della gioventù, per la più che modica cifra di 9.000 lire a notte. Quello col denaro si rivelò subito un problema, perché il cambio favorevole rispetto alla peseta spagnola ci portò a spendere in maniera poco avveduta, col risultato di trovarci ben presto a corto di soldi.

Come prima forma di “austerity” rendemmo itinerante la vacanza, dormendo in treno e soggiornando dove arrivavamo al mattino. Poi riducemmo la quantità e la frequenza dei pasti.

Mia madre, forse come tutte, aveva l’abitudine, conservata anche dopo il mio matrimonio (cercando sponda in mia moglie), di riempirmi i bagagli di cibarie di ogni sorta. Per quel viaggio, nonostante le mie resistenze, mise in valigia dei taralli, che tenni nascosti ai miei amici, per pudore.

Ma, per dirla col Sommo Poeta, “poscia, più che ‘l dolor potè ‘l digiuno”. Una notte, mentre i miei amici dormivano, tirai fuori i taralli dalla valigia, e andai nel corridoio del treno. Evidentemente erano diventati troppo duri e sgranocchiandoli li svegliai, salvandomi dalla loro ira solo grazie alle mie ragguardevoli dimensioni.

Rientrammo in Italia dopo aver passato un pomeriggio e una notte nella terra di nessuno alla frontiera franco-spagnola, in quanto lo scartamento delle ferrovie iberiche era ridotto rispetto al resto d’Europa e i treni si fermavano al confine. Un porto di mare, dove c’era gente d’ogni risma, che provò a venderci di “tutto”. “Non sono tranquillo”, dissi ai miei amici, sentendomi rispondere da Alfonso: “Forse non ti rendi conto che loro hanno paura di te”.
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Chiudo la parentesi e torno a Arianna. In fondo sono tornato al peso di allora, con la differenza che avevo capelli lunghi, barba incolta e occhialini alla moda, tanto che un amico mi definì “una via di mezzo tra John Lennon e Gesù Cristo”!

Oggi quel mio amico forse mi direbbe che gli ricordo Spalletti (come fa mia moglie) e raccolgo l’assist a beneficio di Allegra: “Cerca sempre la bellezza nelle partite che giocherai nella vita. Quando vincerai sarà meraviglioso. E se anche dovessi perdere, uscirai tra gli applausi. Dei leggendari Mondiali del 1974, dopo mezzo secolo, tutti ricordano la bellezza del calcio totale dell’Olanda, quasi nessuno la Germania che la sconfisse in finale. Non giocare mai per lo 0 a 0. Annoieresti e ti annoieresti. Metti tutta te stessa nelle passioni che avrai e qualsiasi cosa dovesse restare di te, sarà sempre infinitamente di più di quel che ti lascerebbe una vita in cui hai solo provato a non prendere gol. Ti do appuntamento al nostro prossimo compleanno”.