I giovani vanno via e l’economia sannita arretra. Non servono le cifre per saperlo, basta guardarsi attorno

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L’economia sannita, complessivamente intesa, è da decenni in continua discesa. Sia per quanto nel territorio si produce, sia per il numero di addetti nei vari settori. Il reddito medio di conseguenza si è ridotto e si riduce Il settore, da sempre, più importante è quello agricolo che conta su delle eccellenze, particolarmente nel campo della viticoltura, così come, potenzialmente, in quello dell’olivocultura e nella zootecnia.

La produzione industriale è sempre stata poco significativa anche solo rispetto alle altre province campane e ciò nonostante, passando gli anni, il settore è andato ancor più riducendosi, scansando il rischio di qualche insediamento pericoloso. E ciò – sulla carta – almeno offre ancora una possibilità di uno sviluppo ecologicamente sostenibile, non dovendo fare i conti con certi lasciti della desertificazione industriale.

Uno sviluppo che tuttavia trova un forte ostacolo nell’inadeguatezza delle locali infrastrutture sia materiali per i trasporti (strade, ferrovie) che immateriali, informatiche. Lo scenario sannita è coerente con quello più generale del Mezzogiorno d’Italia, anche se in altre parti (non solo delle zone costiere) è emersa una maggiore capacità di fare impresa.

In questo contesto non esaltante, a preoccupare di più è il progressivo spopolamento del territorio e quindi invecchiamento della popolazione. Va tenuto presente che il Sannio beneventano è, a sua volta, diviso in due macro aree, per la diversa connotazione orografica con le annesse conseguenze: il territorio del Fortore e dell’Alto Sannio patisce tutti gli effetti di questa arretratezza economica molto di più che le pianeggianti aree caudina e telesina prossime al napoletano e al casertano.

Ma il problema più grave di tutta la provincia di Benevento, capoluogo in testa, è la sempre maggiore emigrazione in altre zone d’Italia e del mondo dei suoi giovani. Non solo di quelli meno qualificati, ma anche di quelli che lo sono maggiormente, pure perché da un trentennio ormai qui operano delle facoltà universitarie.

La mancanza di lavoro costringe i giovani ad andar via, con irreparabile perdita di quello che, con orrendo termine, viene definito ‘capitale umano’, cioè della sua migliore parte.

Quei giovani che, terminato il ciclo di studi, qui rimangono e che perlopiù non trovano un posto di lavoro decente o si accontentano di lavoretti precari o sopravvivono sulle spalle dei genitori. E anche dei nonni, sì, perché qui più che altrove è la somma delle pensioni a costituire la parte significativa delle retribuzioni e dei guadagni. Esclusi sono solo i pochi giovani che subentrano nel giovamento delle rendite, nelle superstiti redditizie attività o professioni dei loro genitori.

La combinazione della partenza di tante ragazze e ragazzi più coraggiosi, competenti e intraprendenti e con la permanenza degli altri che poco o nulla per proprie capacità possono riuscire a far sorgere, non riesce a dare un adeguato ricambio alla locale classe dirigente, già di per sé non particolarmente brillante.

Senza eccezioni in tutti i campi, nel pubblico e privato, nel sociale e nel politico, le generali, modeste performance di questo territorio dipendono molto da emigrazione, da decenni. Vanno via proprio coloro che avrebbero interesse e forze (intese soprattutto come competenze) per cambiare, con energia, lo stato delle cose.

Chi resta al più resiste, protetto sempre meno da stipendi e pensioni, dai pochi guadagni, dai politici stagionati che, anno dopo anno, sempre meno ai “clienti” riescono offrire: dimenticati anche loro nel dimenticato Sannio…

In questo quadro che proprio non è confortante, certo, eccezioni reattive in controtendenza ci sono, ma sono davvero rare. Lo certificano, prima delle cifre delle statistiche economiche, i negozi che chiudono e le vetrine scarne sempre in maggior numero a Benevento, i fondi agricoli abbandonati e le tante case vuote nei comun sanniti, le poche auto in giro e persone in strada. “Stavamo meglio prima” è “il ritornello” che si ode ovunque. Ed è un amaro paradosso, perché “prima” non erano certo rose e fiori…